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Semaglutide, nei topi rallenta alcuni segni dell’invecchiamento
Un gruppo guidato da Feng e colleghi ha riferito su Nature che il trattamento con semaglutide, iniziato in una fase avanzata della vita, ha migliorato le condizioni fisiologiche e prolungato la sopravvivenza dei topi femmina studiati. I risultati suggeriscono che gli effetti del farmaco potrebbero andare oltre la riduzione del peso, coinvolgendo alcuni processi associati all’invecchiamento.
Il semaglutide appartiene alla classe dei farmaci che imitano l’azione del GLP-1, un ormone coinvolto nella regolazione della glicemia e dell’appetito. Come agonista del recettore GLP-1, viene impiegato nel trattamento dell’obesità e del diabete di tipo 2. Il nuovo lavoro sposta però l’attenzione dalla gestione metabolica alla possibilità che questa via biologica influenzi più ampiamente la salute durante l’invecchiamento.
Secondo lo studio, la somministrazione in tarda età ha migliorato la funzione degli animali, nonostante il trattamento non fosse cominciato durante la giovinezza. È un aspetto interessante sul piano sperimentale, perché molte strategie studiate per modificare l’invecchiamento richiedono interventi precoci o protratti per gran parte della vita.
I ricercatori hanno inoltre rilevato una progressione più lenta di diversi hallmark dell’invecchiamento, cioè processi biologici utilizzati per descrivere il deterioramento cellulare e fisiologico legato all’età. A questo risultato si è accompagnato un aumento della durata della vita nelle femmine trattate. Il testo disponibile non permette tuttavia di quantificare l’entità dei singoli benefici né di stabilire quale meccanismo abbia avuto il ruolo principale.
Resta infatti da chiarire quanto del possibile effetto anti-invecchiamento dipenda direttamente dall’attivazione del recettore GLP-1 e quanto sia invece collegato alla perdita di peso, al minore consumo di cibo o a cambiamenti metabolici secondari. Questi fattori possono influenzare la longevità dei roditori e devono essere separati con esperimenti mirati prima di attribuire al farmaco un’azione geroprotettiva specifica.
Il risultato riguarda inoltre animali femmina e non dimostra che il semaglutide prolunghi la vita negli esseri umani. Le differenze tra specie, dosaggi, metabolismo e condizioni di allevamento impediscono una traduzione automatica dei dati. Saranno necessari esperimenti nei maschi e studi clinici controllati per verificare eventuali effetti legati al sesso, valutare la sicurezza nel lungo periodo e distinguere i benefici metabolici da quelli propriamente associati all’età.
La ricerca amplia dunque le domande scientifiche sui farmaci GLP-1 senza trasformarli in terapie anti-età. Nei topi femmina il segnale comprende funzione fisiologica, processi dell’invecchiamento e sopravvivenza; nelle persone, invece, efficacia e rischi devono ancora essere misurati direttamente. L’uso del semaglutide al di fuori delle indicazioni mediche consolidate non è giustificato da un singolo studio preclinico.
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