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Yamaha ha provato 7 volte a costruire auto e non ci è mai riuscita
Per la maggior parte delle persone Yamaha è sinonimo di moto e di vittorie nei campionati, dal titolo di Giacomo Agostini nel 1975 ai quattro Mondiali MotoGP di Valentino Rossi (2004, 2005, 2008 e 2009). In totale, la Casa di Iwata ha conquistato 16 titoli piloti nella classe regina del Motomondiale e oltre 35 considerando tutte le categorie storiche.
Quello che in pochi sanno è che Yamaha ha tentato per sette volte di diventare un costruttore di automobili, senza mai riuscire ad arrivare alla produzione in serie. Un capitolo su cui l'azienda mantiene un certo riserbo, iniziato nel 1960 e chiuso, almeno per ora, nel 2017.
Prima di parlare dei concept, vale la pena ricordare il ruolo di Yamaha come fornitore di motori per altri costruttori. I tecnici di Iwata sono stati chiamati da diverse case automobilistiche per la loro competenza nella progettazione di testate plurivalvole e motori capaci di girare a regimi molto elevati.
Il legame più lungo è quello con Toyota e Lexus, sostenuto anche da una partnership azionaria.
Yamaha ha firmato motori storici come il 2.0 L 3M della Toyota 2000 GT del 1967, il 4A-GE da 1.6 litri della leggendaria AE86 Hachi-Roku e i propulsori Serie 3S-GE e 3S-GTE da 2.0 litri, sia aspirati che turbo, montati su Celica e MR2.
Per la Toyota Supra Yamaha ha sviluppato i twin-turbo 1JZ-GTE e 2JZ-GTE, mentre per la Lexus LFA del 2010 ha progettato il V10 1LR-GUE da 4,8 litri e 560 CV. Ha realizzato inoltre le testate e i condotti di aspirazione del V8 5.0 L 2UR-GSE montato su IS F, RC F e LC 500.
Negli anni Ottanta e Novanta anche Ford si è rivolta a Yamaha per i motori ad alte prestazioni di alcuni modelli americani ed europei. Tra questi il V6 3.0 e 3.2 L della Taurus SHO del 1989 e la famiglia Zetec-SE e Sigma per Fiesta, Focus e Puma, con cilindrate da 1,25 a 1,7 litri, a partire dal 1995.
Anche Volvo ha collaborato con Yamaha per il motore 4.4 L B8444S della XC90 e della S80: un V8 con una bancata a 60 gradi, anziché i classici 90, e i servizi ausiliari montati direttamente sul blocco, per contenere gli ingombri.
Il primo tentativo risale al 1960 con la Yamaha YX-30, una coupé sportiva compatta dal design elegante, concepita per dimostrare la capacità dell'azienda di diversificare la produzione. Il prototipo montava un motore a quattro cilindri, ma l'alleanza strategica con Toyota spinse i vertici a congelare il progetto.
Trent'anni dopo, nel 1992, Yamaha tornò a puntare sulle quattro ruote con un progetto ben più ambizioso: la OX99-11, una supercar da pista omologata per la strada. Il motore era un V12 da 3,5 litri derivato direttamente dalla Formula 1, categoria in cui Yamaha era attiva come fornitore. La crisi economica giapponese di quegli anni e i costi di produzione esorbitanti fermarono il progetto a un passo dall'industrializzazione.