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Come cacciavano i Denisoviani? Nuovi indizi da un gomito fossile
Un gruppo internazionale guidato dall’Accademia cinese delle scienze e dall’Istituto provinciale dello Yunnan per i beni culturali e l’archeologia ha ricostruito aspetti dell’anatomia e della caccia dei Denisoviani attraverso i reperti della grotta di Bianfu, nella Cina sudoccidentale. Due studi pubblicati su Nature collegano resti umani, strumenti e ossa animali, offrendo indizi sulle capacità fisiche e sulle risorse alimentari di questi antichi parenti dell’uomo.
I fossili umani risalgono a circa 167.000-134.000 anni fa, mentre la sequenza archeologica documenta frequentazioni fra circa 190.000 e 70.000 anni fa. Il gruppo ha esaminato quattro denti, due frammenti cranici e una porzione di radio, una delle due ossa dell’avambraccio. L’analisi delle proteine antiche ha attribuito ai Denisoviani cinque reperti: due denti e i tre frammenti ossei.
Il reperto al centro dell’indagine anatomica, identificato come BFD771, conserva circa 45 millimetri dell’estremità del radio vicina al gomito. La microtomografia computerizzata ne ha rivelato una struttura corticale robusta e un’estremità articolare completamente saldata, caratteristiche che indicano un individuo probabilmente adulto o prossimo all’età adulta. È il primo radio attribuito con certezza a questo gruppo umano.
L’osso presenta una combinazione di caratteristiche: alcune dimensioni e il probabile orientamento della tuberosità radiale, dove si inserisce il bicipite, ricordano i Neanderthal; altri aspetti della forma sono più vicini agli esseri umani moderni. Questi tratti influenzano l’efficienza meccanica del muscolo e la capacità di sostenere carichi. L’anatomia suggerisce adattamenti funzionali specifici, ma il frammento da solo non consente di ricostruire una tecnica di caccia.
Le indicazioni sulle prede arrivano invece dai resti animali. Segni di taglio e schemi di frattura sulle ossa di cervi, bufali d’acqua e gaur, grandi bovini selvatici, sono interpretati dai ricercatori come testimonianze di caccia e lavorazione delle carcasse. Lo studio descrive uno sfruttamento specializzato di animali di taglia media e grande.
Nel sito sono stati recuperati oltre 1.300 manufatti litici. La produzione degli strumenti prevedeva una lavorazione relativamente semplice della pietra, affiancata dall’uso frequente di ossa senza modifiche preliminari. Secondo gli autori, questa combinazione suggerisce una strategia che privilegiava le proprietà già disponibili nei materiali rispetto a una fabbricazione intensiva degli utensili.
I pollini fossili aggiungono il contesto ambientale: intorno alla grotta si estendevano foreste dominate da conifere o ambienti di foresta-steppa. Per collocare i reperti nel tempo, il gruppo di Bo Li, dell’Università di Wollongong, ha combinato datazioni mediante luminescenza e serie dell’uranio, utilizzando segnali conservati nei sedimenti, nelle concrezioni della grotta e nello smalto dentale.
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