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Uranio non dichiarato nel cobalto del Congo: quali sono i rischi?
Ryan A. Manzuk e Sébastien Philippe, ricercatori di Princeton e dell’Università del Wisconsin-Madison, stimano che tra 2.000 e 5.000 tonnellate di uranio naturale siano uscite dalla Repubblica Democratica del Congo insieme alle esportazioni di cobalto tra il 2000 e il 2024. Lo studio, pubblicato a luglio su Nature Communications, individua una lacuna nei controlli sui materiali nucleari lungo una filiera essenziale per le batterie.
Gli autori hanno incrociato mappe geologiche, dati geochimici e registri commerciali delle miniere con un modello del comportamento dell’uranio durante la lavorazione. Le quantità sono stime ricostruite attraverso questi dati, non il risultato di misurazioni sistematiche di tutte le spedizioni. Il modello segue il materiale dalla roccia estratta fino al prodotto esportato.
Il meccanismo parte dalla Copperbelt, la regione mineraria dove uranio e minerali di cobalto si trovano associati. Durante i trattamenti chimici impiegati per concentrare il metallo, i due elementi possono seguire percorsi simili. Senza passaggi specifici di separazione, l’uranio può quindi finire nell’idrossido di cobalto grezzo, la forma in cui viene esportato oltre il 95% della produzione congolese.
Per valutare quanto fosse diffusa la rimozione dell’uranio, i ricercatori hanno esaminato anche le importazioni dei reagenti necessari. Soltanto tre delle 31 attività analizzate mostravano indizi di un’applicazione regolare di questi trattamenti. La lavorazione può così concentrare il contaminante insieme al metallo destinato alla raffinazione successiva.
Secondo gli autori, meno del 10% dell’uranio stimato risulta pubblicamente dichiarato all’AIEA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica; la maggior parte dei flussi sarebbe diretta in Cina. Esiste un precedente documentato: tra il 2010 e il 2017, l’impianto finlandese di Kokkola dichiarò e vendette uranio recuperato dalla purificazione di prodotti di cobalto provenienti dal Congo.
Una seconda quota, stimata fra 1.000 e 4.000 tonnellate, sarebbe rimasta nei residui minerari in forme facilmente mobilizzabili nell’ambiente. Il problema riguarda anche l’esposizione dei lavoratori e delle comunità vicine: precedenti ricerche hanno rilevato tracce di esposizione all’uranio attraverso analisi del sangue e delle urine di persone che vivono o lavorano nelle aree minerarie.
Dopo la pubblicazione, riferisce Manzuk, il Congo ha avviato un’indagine per verificare il contenuto di uranio nelle spedizioni e ha previsto consultazioni con l’agenzia atomica. I ricercatori propongono campionamenti indipendenti dei carichi, monitoraggio dei lavoratori e trattamenti che separino l’uranio e lo immobilizzino in depositi isolati dalle risorse idriche utilizzate dalla popolazione.
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