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'Le mie piastrelle per mare da mesi, in balia della crisi a Hormuz'
(di Michela Di Carlo)
Nove container in mare, per settimane
senza una destinazione certa. Piastrelle partite dall'Italia e
finite a transitare tra Sri Lanka, India e Malesia prima di
riuscire ad arrivare in Oman. Ritardi fino a quattro mesi,
assicurazioni cancellate e costi di spedizione più che
raddoppiati. È la fotografia della crisi logistica vissuta negli
ultimi mesi da Caterina Carannante, prima imprenditrice
occidentale registrata in Oman dal 2009 e fondatrice, nel 2011,
dell'unico showroom del Paese interamente dedicato alla ceramica
Made in Italy. "Ci siamo svegliati una mattina e avevamo nove
container in mare. Per le prime settimane non riuscivamo a
capire dove fossero, quale rotta avrebbero seguito e come
recuperarli", racconta.
Per oltre un decennio la catena logistica ha funzionato
secondo schemi consolidati, poi da febbraio, con la guerra e la
chiusura di Hormuz, la crisi delle rotte marittime ha cambiato
tutto. "Seguivo il tracking delle navi e vedevo i nostri
container arrivare in Sri Lanka, poi risalire lungo le coste
dell'India, fermarsi, tornare indietro. È stata una situazione
completamente imprevedibile". Le merci partite dai porti
italiani di Genova e La Spezia invece di seguire le consuete
rotte, hanno iniziato a circumnavigare l'Africa. In alcuni casi,
racconta Carannante, i ritardi hanno raggiunto i quattro mesi.
Altri carichi sono arrivati due mesi dopo la data di consegna
prevista.
La crisi ha avuto un impatto immediato sui costi. "Per
recuperare alcuni dei container abbiamo sostenuto spese
aggiuntive fino a cinquemila dollari per ogni spedizione, a
seconda delle dimensioni". Anche le tariffe ordinarie sono
aumentate: "Prima della crisi, per la sola tratta
internazionale, un container poteva costare circa 1.600 dollari.
Oggi siamo sui 3.500".
Uno dei principali problemi è poi diventato il porto di
Sohar, tradizionale snodo per le merci dirette nel Sultanato e
importante hub logistico e industriale a metà strada tra Dubai e
Muscat, ormai congestionato. "Abbiamo avuto una nave rimasta per
circa dieci giorni al largo, a pochi minuti di navigazione dalla
costa, semplicemente perché non c'era una banchina libera",
spiega Carannante. Da qui la decisione di modificare la
logistica aziendale: le nuove spedizioni vengono indirizzate al
porto di Salalah, nel sud dell'Oman, per poi essere trasferite
via terra. Una scelta che riduce l'incertezza via mare ma ha
comportato una distanza finale oltre i mille chilometri.
"Trasportiamo via terra container che possono pesare anche 25
tonnellate e che contengono materiale fragile. È chiaro che non
è la condizione logistica ideale. In alcuni casi il trasporto
via terra costa più della spedizione Italia-Salalah".
Tra gli episodi più complessi degli ultimi mesi c'è quello di
due container destinati a un importante progetto immobiliare.
"Il cliente mi chiamava continuamente ma non potevo dare una
data certa: il materiale era già in Oman eppure non riuscivamo a
recuperarlo". A complicare ulteriormente il quadro c'è la
questione assicurativa. "La compagnia ci ha informato che,
retroattivamente dal primo marzo, la polizza veniva cancellata",
perché le rotte delle navi erano zone di guerra. "Da allora è
stato impossibile assicurare normalmente la merce. Non hai
garanzie sui tempi, sulle condizioni in cui arriverà e,
soprattutto