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Carbone, bocciata la proroga di Trump: bollette più leggere?
Un collegio unanime di tre giudici della Corte d’appello federale del circuito di Washington ha annullato la dichiarazione d’emergenza con cui l’amministrazione Trump aveva impedito la chiusura della centrale a carbone J.H. Campbell, in Michigan. La decisione apre la strada alla ripresa del processo di dismissione e alla cessazione dei costi sostenuti dagli utenti per mantenere disponibile l’impianto. Per i giudici, il governo non ha dimostrato una carenza di elettricità tale da giustificare l’intervento straordinario.
La centrale avrebbe dovuto chiudere l’anno precedente, ma il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, o DOE, ne ha prolungato l’attività attraverso cinque dichiarazioni d’emergenza, ciascuna limitata a 90 giorni. Il fondamento invocato era la sezione 202(c) della legge federale sull’energia elettrica, che consente interventi in caso di guerra o di emergenze legate a un aumento improvviso della domanda oppure a una carenza di energia. Il Michigan e diverse organizzazioni ambientaliste hanno contestato l’esistenza di queste condizioni.
La dismissione era stata preparata attraverso un percorso pluriennale. La commissione statale competente aveva tenuto audizioni, affrontato ricorsi nei tribunali del Michigan ed esaminato i piani dell’azienda elettrica per sostituire la produzione con fonti meno costose e meno inquinanti. Il piano aveva ottenuto anche l’approvazione di MISO, il gestore della rete che attraversa il Midwest dalla Louisiana al Minnesota. Le valutazioni avevano concluso che la chiusura non avrebbe provocato deficit nella fornitura.
Per sostenere l’emergenza, il governo aveva presentato un rapporto sul rischio di riserve di generazione ridotte: la capacità aggiuntiva utilizzabile quando si verificano problemi imprevisti. Lo stesso documento, riferito al 2024, indicava però risorse previste adeguate per soddisfare i picchi di domanda. Un secondo elemento era una presentazione che mostrava rischi maggiori durante l’estate. Secondo i giudici, quel confronto stagionale non forniva una valutazione concreta delle condizioni della rete capace di dimostrare l’emergenza invocata.
Nella motivazione, la corte ha richiamato la distribuzione delle competenze prevista dal Federal Power Act: la regolazione della capacità produttiva spetta principalmente agli Stati, mentre il governo federale interviene soprattutto sulla trasmissione tra Stati. I poteri d’emergenza sulla generazione costituiscono quindi un’eccezione. Consentire al DOE di imporre il funzionamento di una centrale per problemi affrontabili attraverso la normale pianificazione, hanno concluso i giudici, svuoterebbe i limiti stabiliti dal Congresso.
La questione dei costi in bolletta riguarda le spese necessarie a mantenere l’impianto nelle condizioni di poter tornare a produrre elettricità, sostenute dagli utenti locali. Il provvedimento non quantifica il possibile risparmio e un eventuale ricorso potrebbe incidere sul percorso di chiusura. Nel procedimento sono emersi anche i costi sanitari dell’inquinamento: la corte ha citato stime che attribuiscono alle emissioni della centrale circa 30 morti all’anno.
La decisione riguarda direttamente un solo impianto, ma la sua interpretazione dei poteri federali offre una base per contestare altri ordini di emergenza adottati con la stessa motivazione. Secondo i dati del DOE riportati nella ricostruzione del caso, nel 2026 il dipartimento ne ha emessi oltre 55: più del doppio del totale registrato tra il 2000 e il 2025.
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