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NHL 27 - La recensione
Ricordate il film Ricomincio da capo?, Bill Murray si svegliava ogni mattina nella stessa cittadina, con gli stessi personaggi, gli stessi eventi e la stessa canzone alla radio. Un loop temporale talmente perfetto da diventare una forma di tortura psicologica. NHL 27 è quel film, ma senza Bill Murray. E, soprattutto, senza il finale perché Bill Murray, alla fine, riusciva a uscire dal Giorno della marmotta: EA, per ora, no. Nel 2024, i fan della serie (chi scrive ha iniziato la carriera videoludica nell’hockey nordamericano con NHLPA Hockey ’93, su SNES e, qualche era geologica dopo, ha avuto persino la fortuna di visitare gli studi di EA Canada) accolsero con entusiasmo la decisione di EA di mollare finalmente la vecchia generazione: PS5 e Xbox Series X/S promettevano più potenza, un comparto grafico superiore e, soprattutto, un vero salto generazionale.
Insomma, dopo oltre trent’anni di hockey digitale, sembrava finalmente arrivato il futuro. Tre anni dopo, però, NHL 27 sembra aver lasciato quel salto generazionale parcheggiato da qualche parte nei dintorni degli uffici di EA Vancouver. Il gioco è ancora intrappolato nel passato, come il sottoscritto quando guarda certi titoli odierni e sospira: "Ai miei tempi si giocava diversamente... ". Il problema è che i miei tempi sono ancora questi, e per una serie che ha scritto pagine importanti della storia dei videogiochi sportivi, la preoccupazione è più che lecita. Perché la traiettoria comincia a ricordare quella di Winning Eleven/PES: prima la rivoluzione, poi il dominio assoluto e infine eFootball, ovvero il modo più spettacolare possibile di passare dalla vetta all’oblio. La serie NHL non è ancora arrivata a quel punto, ma la strada è inquietantemente familiare.
EA ha finalmente deciso di dare un po’ di personalità ai playbook di NHL 27, sfruttando anche i dati NHL EDGE (il sistema di tracciamento avanzato dei giocatori e del puck): schemi specifici per ogni squadra delle trentadue disponibili, IA adattiva, timeout, gestione del vantaggio, maggiore aggressività negli ingaggi e persino qualche tentativo di dump-and-chase (l’equivalente del nostro palla lunga e pedalare con il puck). L’idea è ottima: i Panthers trascinati dalla classe cristallina di Aleksander Barkov e dalla fisicità di Matthew Tkachuk dovrebbero giocare in un certo modo; gli Oilers con la velocità supersonica di Connor McDavid e la potenza di Leon Draisaitl in un altro. Nella pratica, però, la rivoluzione dura quanto un cambio di linea. Ho affrontato squadre che dovrebbero vivere di tattiche come "Neutral Zone Trap" e "Left Wing Lock" e mi sono ritrovato davanti al solito schema che concentra tre giocatori su un lato della zona offensiva per creare superiorità numerica e aprire spazio al centro.
Il "Trap" di Jacques Lemaire, quello che trasformò i Devils del ’95 (il team di Scott Stevens, Martin Brodeur e Claude Lemieux) in una macchina per addormentare gli avversari, dovrebbe essere l’opposto dell’attacco a valanga. Il "Left Wing Lock" del leggendario Scotty Bowman, marchio di fabbrica dei suoi Red Wings stritolatutto della metà degli anni ’90 dovrebbe invece soffocare le transizioni. In NHL 27, però, sembrano entrambi aver frequentato lo stesso corso serale: "Overload per principianti". I due santoni canadesi della tattica avrebbero qualcosa da ridire, io pure. La CPU difende meglio, soprattutto nella propria zona: più attenzione agli ingressi e più disco lungo le balaustre. In attacco, invece, il salto in avanti è minimo: poco possesso, troppa fretta di tirare e zero fantasia appena si apre uno spiraglio. Il risultato sono tanti wrist shot innocui e un'offensiva con un solo piano B: tirare. La Coach AI è più reattiva, con timeout e aggiustamenti più sensati. Peccato per qualche decisione surreale, come cambiare le linee a due secondi dalla sirena.
EA sostiene che playbook e IA facciano davvero la differenza ai livelli più alti. Sarà. Nelle mie partite, però, gli scarti erano spesso marginali. McDavid d