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Alien: Isolation 2 provato in anteprima, lo Xenomorfo torna più minaccioso e letale che mai
Sono passati più di dieci anni da quando l'ombra dello Xenomorfo ha ridefinito il concetto stesso di terrore videoludico, intrappolandoci nei claustrofobici e sudici corridoi della stazione Sevastopol. L'annuncio di Alien: Isolation 2 ha riacceso quella fiamma di macabra attesa che solo i grandi giochi sanno generare, portando con sé l'eredità di uno sviluppo lungo, a tratti avvolto in un silenzio quasi paranoico, ma finalmente giunto a un punto di svolta tangibile. Aver potuto mettere le mani sul prologo durante questa Gamescom, per quanto si tratti di uno spaccato limitato e introduttivo, rappresenta il classico, proverbiale raggio di luce nel buio cosmico; un assaggio forse parsimonioso in termini di pura estensione, eppure denso a sufficienza da permettermi di tracciare un primissimo bilancio su quello che, senza troppi giri di parole, rappresenta per me uno dei ritorni più attesi dell'intero panorama horror.
Non vi nascondo che avvicinarmi a questa nuova iterazione ha risvegliato memorie tanto viscerali quanto, col non molto senno di poi, genuinamente esilaranti. A suo tempo giocai e adorai l'originale in modo assoluto; porto ancora impresse quelle sequenze in cui la tensione era così spessa da poterla tagliare con un coltello da sopravvivenza. Eppure, a bilanciare quel sudore freddo, c'erano le involontariamente comiche e ridicole situazioni che venivano a crearsi quando, con un pizzico di cinismo calcolato, sfruttavo i superstiti umani come carne da macello e improvvisate esche per distrarre la creatura. Il più memorabile, di cui conservo ancora il video, non è però farina delle mie pianificazioni: gli umani avevano fatto casino per conto loro, di fatto mettendo anche me in difficoltà perché ero in un punto senza nascondigli. Giocandomi il tutto per tutto mi sono messa a metà del rettilineo che stavo attraversando, schiacciata contro la parete e leggermente protetta da un gradino, immersa nell'oscurità e augurandomi che lo Xenomorfo (di cui sentivo gli stridii) mi ignorasse.
Ho atteso, in tensione, finché non ho visto passare un umano urlante in corsa, seguito a passo pesante dall'alieno che ha totalmente messo da parte la mia esistenza sebbene gli fossi a una distanza ridicola. Avete presente quei momenti da cartone animato in cui il pericolo ti sfreccia accanto nonostante saresti dovuta morire senza se e senza ma? Ecco, è successa una cosa identica. Non saprei dire che fine abbia fatto quel poveraccio in corsa, tutto ho fatto tranne che stare ad accertarmene, però posso immaginare che non abbia avuto futuro. Certo, i casi in cui lo Xenomorfo ha accorciato la mia linea della vita tra una comparsa improvvisa e l'altra sono stati molto superiori; eppure, anche grazie a momenti così genuinamente stupidi ho apprezzato quel gioco come pochissimi altri del periodo, o persino usciti successivamente.
In tutto questo tempo, l'industria non è mai riuscita a replicare un simile livello di spietata consapevolezza in una IA "stalker", un predatore perfetto e reattivo capace di mappare e anticipare i nostri pattern comportamentali. E lo ammetto con onestà: all'epoca non ebbi nemmeno il coraggio di affrontarlo alla difficoltà massima, quel livello dove, a detta di chi ne è uscito vivo, i programmatori avevano scatenato l'assoluta, inarrivabile essenza letale dello Xenomorfo, portando l'intelligenza artificiale allo stato dell'arte. Ora, pad alla mano davanti a questo sequel la domanda sorge spontanea: gli sviluppatori saranno riusciti a far evolvere un incubo già di per sé infallibile?
Laddove il primo capitolo si chiudeva lasciandoci alla deriva nell'inesorabile freddo spaziale, Alien: Isolation 2 riprende le fila del discorso solo una manciata di mesi dopo il disastro della stazione orbitante, ma decide con cinica lucidità di sparigliare le carte per quanto riguarda i suoi protagonisti. Non ci caleremo più nei panni di Amanda Ripley, bensì in quelli di Blake, un membro specializzato di una squadra di ricognizione assoldata dall