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Micro Machines V3: perché correre sul tavolo di casa funzionava così bene?
Gli anni '80 prima e '90 poi furono il terreno ideale per la crescita e diffusione di un fenomeno culturale oggi ormai morto e sepolto, che portava il nome di Micro Machines. L'idea alla base era semplice ma al contempo geniale: costruire delle macchinine microscopiche, con le quali i piccoli potevano cimentarsi in pazze corse per casa.
E come buona parte delle proprietà intellettuali di successo dell'epoca, anche le Micro Machines vennero tradotte per i videogiochi. Prima con un titolo per Nintendo 8-bit e, negli anni successivi, finirono anche su PlayStation, con l'indimenticabile Micro Machines V3. Per comprendere il grande impatto di questo titolo, va fatta un po' di dietrologia dell'epoca. La fine degli anni '90 segnò l'ascesa dei giochi di simulazione, spinti da un comparto tecnico sempre più raffinato.
Era il periodo dei vari Gran Turismo e TOCA, ed in questo contesto la stessa Codemasters si fece largo con una proposta alquanto sopra le righe e in controtendenza: un videogioco in cui il realismo era completamente abolito, con l'obiettivo di abbattere i confini fra realtà e fantasia. Così, con Micro Machines V3 il tavolo di casa diventava la pista sulla quale correre. Non solo, qualsiasi angolo dell'ambiente domestico si trasformava nel territorio ideale per testa a testa al cardiopalma, fra ostacoli sempre più strani e bizzarri.
Una scelta di design che si è rivelata particolarmente azzeccata, poiché fungeva da ponte emozionale per chi con le Micro Machines ci era cresciuto e ci giocava ancora. La scala microscopica riproposta nel gioco per PlayStation ci faceva percepire ogni superficie come pochi altri giochi dell'epoca. C'era poi la questione legata alla fisica degli ambienti. Ogni pista presentava ostacoli ed una superficie diversa, facendo percepire al giocatore le differenze. I circuiti quindi presentavano una forte personalità, che consentiva al titolo Codemasters di essere giocato e rigiocato praticamente all'infinito.
V3 rappresenta il momento in cui Codemasters capì che un gioco di corse non doveva per forza riproporre ambienti, fisica e modelli 3D iper realistici. Il risultato? Un gioco arcade che ancora oggi, a oltre vent'anni di distanza, continua ad appassionarci.
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