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Garlasco, la nuova inchiesta tra testimoni e mosse della difesa Stasi
C'è una sorta di canovaccio già scritto nelle indagini sugli accertamenti tecnici dei Ris di Parma effettuati nei mesi successivi il delitto di Chiara Poggi. Un canovaccio firmato dalla difesa di Alberto Stasi, condannato a 16 anni per l'omicidio della sua fidanzata, che ha riproposto una memoria alla Procura di Pavia per chiedere gli ormai noti dati grezzi, corse elettroforetiche, fialette di eluiti e altro materiale, per più volte negati e di recente ottenuti, al netto di quel che è andato distrutto per via di una sentenza passata in giudicato.
A dare un'idea di come potrebbero muoversi i pubblici ministeri pavesi, che già hanno ricevuto qualche chiarimento dall'attuale capo del Reparto Investigazioni Scientifiche, sono alcune carte da loro depositate alla fine di settembre con la seconda chiusura dell'inchiesta in cui accusano Andrea Sempio. L'amico storico del fratello della vittima, oramai "senza più una vita", chiuso in casa o negli uffici dei suoi legali e consulenti che stanno preparando nuove relazioni difensive, sembra quasi passare in secondo piano perchè soprattutto i media in questi giorni stanno passando in rassegna il lavoro dei Ris.
Negli atti acquisiti negli uffici di Palazzo Ducale a Parma, ritornano d'attualità le poche righe con cui la Corte d'Assise d'Appello di Milano, nel 2017, aveva dichiarato inammissibile l'istanza di recente accolta dai pm: non sono "atti processuali per i quali è necessario un provvedimento giurisdizionale", scrivevano i giudici, in quanto sono stati esaminati "nel rispetto del pieno contraddittorio e non trasmessi 'per prassi' e per ritenuta superfluità in allegato agli elaborati di consulenza tecnica". Aggiungendo che "tuttavia nulla osta al rilascio delle copie richieste". Ma accanto a ciò, ci sono le ripetute richieste dei difensori di Stasi funzionali a una istanza di revisione della sentenza di condanna, tra cui l'ultima in cui si adombrano presunte irregolarità nel lavoro dei consulenti del pm di Vigevano, Rosa Muscio, ora giudice nel capoluogo lombardo: si domanda, per esempio, con quale criterio sia stata disposta la distruzione di alcuni reperti e la conservazione di altri, e perchè tra l'"elenco dei reperti consegnati" nel 2007 dal Ris ai Carabinieri di Vigevano "risulta il pigiama della vittima" ma "mancano, ad esempio, le provette (..) contenenti i lembi" del suo tessuto. In più, su questo capitolo, si segnala, "una discrasia" tra la relazione finale "bio-dattilo" e il verbale di restituzione e poi si chiede alla Procura di accertare la sorte di tutti gli eluiti (in particolare quelli riferiti al Dna, ndr) acquisendo - se nel caso - i relativi verbali di distruzione", indicando il fatto che il capitano Alberto Marino, il 4 settembre 2007, quando iniziarono le operazioni nel laboratorio dei Ris, aveva riferito che sarebbero stati conservati e al termine delle analisi messi a disposizione dell'autorità giudiziaria.
E qui si tira in ballo l'impronta 33 attribuita a Sempio, la strisciata di sangue individuata poco lontano che avrebbe lasciato l'assassino dopo aver toccato la maglietta che indossava Chiara. Insomma sono stati messi in fila elementi su cui di certo verranno chiamati come testimoni la pm Rosa Muscio, gli ex consulenti Avato e Fabbri e tutti coloro che hanno partecipato in qualche modo a quegli accertamenti. E non si esclude qualche iscrizione, a garanzia, nel registro degli indagati.