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Digger - La recensione
Alejandro González Iñárritu si serve spesso di grandi mezzi produttivi (il budget di Digger ha sfiorato i trecento milioni di dollari!) e, ovviamente, del proprio indiscusso talento visivo per ingaggiare un dialogo con lo spettatore che, però, somiglia quasi sempre a un monologo. È un cinema "ricattatorio", il suo, dove le emozioni vengono estorte all’audience manipolando la struttura stessa del racconto - le ellissi temporali accuratamente studiate di 21 grammi - o attraverso un accumulo di situazioni drammatiche e ipertrofiche come in Babel.
The Revenant, poi, catapulta il pubblico dentro un universo spietato in cui Leonardo DiCaprio rappresenta una sorta di avatar ante-litteram, che ci costringe a condividere la propria sete di vendetta nostro malgrado. Potere del cinema, certo; tuttavia, senza una vera etica dello sguardo chiamata a sorreggere questo tipo di investimento emotivo, il discorso rischia di assumere toni narcisisti e autocompiaciuti.
Digger fa qualcosa di simile e, al tempo stesso, opposto: lancia agli spettatori una sfida sadica e sfiancante ma stavolta non li manipola, se ne disinteressa soltanto. L’ultimo film del regista messicano è una farsa stracolma di personaggi caricaturali, trovate grottesche, gag sfacciate, implicazioni paradossali, citazioni corrosive e iperboli chiassose, che però non stappano mai neanche una risata… E non perché la sceneggiatura insegua un registro caustico o raggelante, creando per esempio un distacco "etico" verso i protagonisti; né cerca la complicità segreta del pubblico, intessendo un discorso sulla fascinazione del male. Si tratta, quindi, di un colossale inciampo? Non proprio, piuttosto sembra di assistere a una slapstick comedy volutamente fallimentare, composta con scientifica premeditazione da una serie interminabile di battute sfortunate, figure bidimensionali, situazioni già viste mille volte e riflessioni banalissime.
Il film immagina una catastrofe ambientale senza precedenti azionata da un magnate del petrolio corrotto, sbadato e privo di scrupoli, che assomma su di sé ogni difetto del capitalismo americano: sfacciato, volgare, infinitamente ingordo e privo di etica, Digger Rockwell rappresenta il ritorno di Tom Cruise a un ruolo slegato dal cinema action, però si tratta - come tutti gli altri personaggi di questa storia - di una figura troppo stereotipata per favorire una performance di grande spessore. D’altronde, se persino uno come John Goodman sembra soltanto un mediocre caratterista nei panni del Presidente degli Stati Uniti, forse la colpa non è esclusivamente del cast.
Quando poi Iñárritu apre uno squarcio metalinguistico sul racconto e scopriamo di aver assistito a una semplice messinscena teatrale (intitolata "Fossil Fools") della crisi geopolitica avvenuta qualche anno prima, la sceneggiatura non introduce un radicale cambio di registro, perché il dietro le quinte mantiene lo stesso tono farsesco dello spettacolo; gli interpreti, la crew e il pubblico in sala sembrano inoltre apprezzare senza grandi riserve questa rappresentazione così posticcia del dramma, per la quale ridono e s’indignano.
Hanno bisogno di una catarsi per superare il proprio trauma e continuare a vivere in una società dove non è cambiato nulla, in cui i responsabili della strage sono anche i finanziatori di uno spettacolo che li ridicolizza soltanto per autoassolversi. Iñárritu prende di mira, infatti, la totale inoffensività della satira moderna, complice dei potenti, colpevole di anestetizzare l'audience alle ingiustizie, incapace di smascherare veramente i responsabili.
Ci fa sentire meglio, appaga lo spirito critico, restituisce un’illusione di libertà in un mondo dove siamo sempre più controllati, salvo proteggere deliberatamente lo status quo. Digger diventa allora la caricatura di questo linguaggio, una rappresentazione deforme ma rigorosa di un fallimento protratta impietosamente per oltre due ore di noia, imbarazzo e repulsione. Purtroppo, non lo fa dialogando con lo spet