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The Social - Il prezzo della verità - La recensione
Nel 2010, Facebook era il social network più popolare al mondo con i suoi cinquecento milioni di utenti: un'ottima ragione perché Aaron Sorkin e David Fincher scegliessero di raccontarne la nascita con The Social Network. Non fu Facebook in sé, però, la ragione per cui Sorkin scelse di approcciarsi all'adattamento cinematografico del saggio del 2009 di Ben Mezrich dal titolo The Accidental Billionaires. No, la motivazione stava nelle pieghe di quella storia e di come la nascita della piattaforma contenesse al suo interno archetipi classici che raccontavano di amicizia e potere, ma anche di gelosie e tradimenti degni di un dramma shakespeariano. Il resto è storia, con tre Oscar vinti in quella dorata notte di febbraio del 2011 compreso quello alla miglior sceneggiatura non originale assegnato a Sorkin, dopo anni di buona scrittura tra Codice d'onore, Il Presidente - Una storia d'amore, L'arte di vincere e l'indimenticata serie TV The Newsroom.
C'è però un'altra storia a proposito di Facebook che appare forse perfino più importante della sua nascita: è quella con cui il social network si è trasformato in qualcos'altro. Una storia ancora più recente e perfino più necessaria perché in essa, nei suoi sintomi e nelle sue conseguenze, è possibile leggerci tutte le spigolosità del nostro tempo. Si tratta del capitolo dei "Facebook Files" e dell'inchiesta del Wall Street Journal che li ha portati alla luce, nel 2021, grazie al giornalista Jeff Horwitz e alla data scientist Frances Haugen. The Social - Il prezzo della verità, scritto e stavolta anche diretto da Sorkin, fa esattamente questo: cristallizza a mezzo filmico questo momento cruciale del recente passato per renderlo accessibile a tutti e, di riflesso, immortale. Che nel farlo si serva di un cast di nomi eccellenti come Mikey Madison, Jeremy Allen White e Jeremy Strong – senza contare comprimari come Betty Gilpin, Billy Magnussen, Bill Burr, Wunmi Mosaku, Nelson Franklin e Patrick Fischler – non fa che amplificare l'importanza dell'opera in termini artistici.
La base di partenza di The Social è intricata e parte da lontano. In realtà ancor prima dei Facebook Files perché già nel 2019 – ben due anni prima che la macchina giornalistica si mettesse in moto – Sorkin aveva manifestato interesse al produttore esecutivo Scott Rudin del volersi rituffare negli insidiosi meccanismi di potere di Facebook. Dello stesso avviso Eisenberg il quale, specie dopo che The Social Network gli aveva fruttato una nomination agli Oscar come miglior attore protagonista, non ci pensò due volte a dirsi disponibile per un progetto fino a quel punto semplicemente intitolato The Social Network – Part II. Nemmeno due anni dopo è tutto da rifare perché la storia si stava manifestando dinanzi ai loro occhi: il Wall Street Journal inizia a pubblicare una serie di articoli basati su documenti interni provenienti da una fonte fino a quel punto ignota.
Si trattava di trattamenti di favore per post di utenti di alto profilo con censura personalizzata, risposte blande e senza alcun provvedimento per segnalazioni di materiale sensibile ed eticamente esplosivo, e perfino una causa intentata dagli azionisti verso lo stesso Zuckerberg dopo la risoluzione ombrosa dello scandalo Cambridge Analytica (oltre ottantasette milioni di dati di utenti raccolti senza il loro consenso). Le più gravi - che rappresentano alcuni dei punti cruciali della narrazione di The Social - riguardarono la modifica dell'algoritmo di Facebook in modo da aumentare la visibilità di notizie gradite agli utenti e, di riflesso, l'engagement, assieme alla consapevolezza tra gli stessi membri delle risorse umane che questo stava portando conseguenze dannose per la salute mentale degli adolescenti.
Qui entra in scena proprio Haugen che, resasi conto della condotta irresponsabile della sua azienda, decide di collaborare con Horwitz. "C'erano conflitti di interesse tra ciò che era bene per il pubblico e ciò che era bene per Facebook", disse la data sc