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La PEC italiana punta all’Europa: il prossimo passo della posta certificata
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Usare la PEC per inviare comunicazioni con valore legale anche negli altri Paesi europei: è il prossimo passo per la posta certificata italiana, ma servono regole e sistemi capaci di funzionare insieme. Il percorso coinvolge il riconoscimento dell’identità degli utenti e la possibilità di scambiare messaggi tra servizi nazionali diversi. Per imprese, professionisti e cittadini, l’obiettivo è rendere più semplici e affidabili anche le comunicazioni oltre confine.
Il 23 aprile 2005 il cofondatore di YouTube Jawed Karim caricava in rete un filmato di meno di venti secondi, girato davanti agli elefanti dello zoo di San Diego, il primo della storia della piattaforma. Cinque giorni dopo, il 28 aprile, la Gazzetta Ufficiale pubblicava il decreto del presidente della Repubblica numero 68, il regolamento che introduceva la Posta Elettronica Certificata, che tutti conosciamo familiarmente come “Pec”.
Comunque, mentre del primo evento si è parlato nel mondo intero, del secondo quasi soltanto tra giuristi e informatici. Ventun anni dopo, la Pec è un’infrastruttura che attraversa imprese, studi professionali, tribunali e uffici comunali del Belpaese, e adesso le tocca un compito per cui non era stata pensata: parlare con i sistemi degli altri paesi.
Il regolamento attuava l’articolo 27 della legge 3 del 16 gennaio 2003 e si affiancava a una direttiva del 27 novembre 2003 sull’uso della posta elettronica nelle amministrazioni pubbliche. L’articolo 3 stabilisce che il documento informatico si considera spedito quando arriva al gestore del mittente e consegnato quando è reso disponibile nella casella del destinatario, con un effetto equivalente alla notificazione per posta nei casi previsti dalla legge. A fornire la prova sono le ricevute di accettazione e di avvenuta consegna, firmate dai gestori con firma elettronica avanzata, mentre una busta di trasporto custodisce il messaggio originale.
Sì, perché qui c’è da fare una brevissima digressione: quando parliamo di cose dell’informatica spesso utilizziamo delle metafore per capire di cosa stiamo parlando. La posta elettronica, quella “normale”, in realtà non ha praticamente niente in comune con la posta “vera”, quella fisica. A partire dal concetto di “busta”, che rende privato il messaggio. Ebbene, le email vengono trasmesse in chiaro e chiunque gestisca un server di posta o un suo relay può tranquillamente leggerle (anche se nel tempo sono stati presi vari accorgimenti in maniera tale che questo non possa accadere facilmente).
E poi chiunque può far finita di aver mandato la mail, il mittente può anche non esserci, il destinatario essere nascosto, e via dicendo. La metafora, insomma, è ancora più zoppa del normale. La Pec, invece, da questo punto di vista è più fedele all’originale fatto di atomi e francobolli.
Torniamo alla Pec: i gestori entrarono in un elenco pubblico tenuto dal Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione (Cnipa), da cui discende l’attuale Agenzia per l’Italia digitale (Agid). Uno di questi gestori è Aruba Pec, società del gruppo Aruba nata nel 2006 con questo scopo. Le regole tecniche arrivarono con il decreto ministeriale del 2 novembre 2005, e nel 2011 il sistema è stato descritto, in inglese, anche in un documento informativo della serie Rfc, la numero 6109, dedicato proprio alla posta elettronica certificata italiana.
La diffusione è arrivata per via legislativa. Il decreto legge 185 del 29 novembre 2008 impose la casella alle società e ai professionisti iscritti agli albi, questi ultimi entro il 29 novembre 2009. Il decreto legge 179 del 18 ottobre 2012 estese l’obbligo alle imprese individuali, e un decreto del ministero dello Sviluppo economico del 19 marzo 2013 istituì l’Indice nazionale degli indirizzi Pec delle imprese e dei professionisti (Ini-Pec), consultabile da chiunque. Dal 1 luglio 2013 le imprese comunicano con la pubblica amministrazione soltanto tram