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Quando i siti bloccano gli agenti AI: la guerra ai bot
Il carrello è quasi pieno. Latte, pasta, persino il caffè della marca che si ama. L’assistente AI ha fatto tutto da solo, mentre si faceva altro. Poi arriva la schermata: “Dimostra di essere umano”. E lui si pianta davanti a una griglia di semafori sfocati. È più o meno quello che è successo a Muse, l’agente personale di Meta, da Walmart.
Walmart è uno dei partner commerciali di Meta, e, infatti, giura che i controlli di verifica non erano pensati per fermare l’assistente. Un malinteso, quindi. Amazon invece non ha equivoci da rivendicare, secondo TechCrunch ha bloccato apposta lo strumento, che sul suo sito non può fare acquisti.
Il fascino degli agenti come Muse sta nel fatto che non si limitano a consigliare qualcosa per poi lasciare il lavoro sporco. Navigano, riempiono carrelli, prenotano viaggi. Ma se si dà a un agente il permesso di agire a proprio nome, questo non significa che il sito abbia accettato di averci a che fare. A volte il divieto è voluto. Altre volte è colpa di sistemi di sicurezza che non sanno distinguere un assistente legittimo da un’orda di bot indesiderati. Il risultato per l’utente non cambia, si ritrova di nuovo davanti alla tastiera a fare proprio la cosa da cui voleva scappare. Un ordine della spesa sbagliato fa arrabbiare. Un bonifico non autorizzato fa venire i sudori freddi, e le banche lo sanno.
Durante la conference call sui conti di ottobre di JPMorgan Chase, il CFO Jeremy Barnum ha raccontato che alcuni agenti muovono denaro usando credenziali di accesso condivise e screen scraping, cioè leggendo lo schermo come farebbe un occhio meccanico. Metodi che ha definito non sicuri. La banca li blocca dove può. E ha aggiunto un avvertimento poco rassicurante: il cliente che consegna le proprie credenziali a un agente potrebbe dover rispondere di ciò che quell’agente combina.
Amazon, intanto, ha un’altra battaglia aperta, contro Perplexity e il suo browser con agente integrato, Comet. Secondo il colosso dell’e-commerce, l’agente viola le regole di accesso e mette a rischio i dati dei clienti. Perplexity risponde che sono gli utenti ad averlo autorizzato ad agire. Ad agosto 2026 una corte d’appello federale ha annullato l’ingiunzione preliminare contro Perplexity, ma la questione di fondo resta lì, irrisolta.
C’è da dire che Amazon ha una funzione chiamata Buy for Me, che compra prodotti dai siti di altri marchi. Bloccare i robot altrui va benissimo, insomma, l’importante è che il robot in giro per i negozi sia il proprio.
Non sempre si tratta di sicurezza. Controllare chi entra e come entra è anche una questione di business. Il contratto d’uso di eBay vieta gli agenti “compra per me” non autorizzati, a meno che sia l’azienda stessa a dare il permesso. Delta ha dichiarato a TechCrunch di non avere alcuna integrazione che permetta ad agenti di terze parti di prenotare voli dal suo sito. Se li blocchi di proposito, però, la compagnia non l’ha confermato.
La storia di Walmart mostra che un agente respinto non è per forza un agente bandito. Le richieste di verifica umana possono spezzare una sessione di acquisto automatica a metà. Chi usa una VPN conosce il rito. Google spiega che le reti VPN condivise possono far scattare reCAPTCHA quando il loro traffico somiglia a un’attività automatica. Un agente AI può imbattersi negli stessi controlli semplicemente muovendosi su un sito, anche se sta eseguendo ordini precisi di una persona in carne e ossa. E abilitare una VPN non fa magicamente cadere i limiti di un sito sull’accesso automatizzato.
Cloudflare, che aveva già introdotto strumenti contro i crawler AI, permette ora ai proprietari dei siti di distinguere tra crawler dei motori di ricerca, bot per l’addestramento dei modelli e agenti che lavorano per conto di un utente. Dal 15 settembre, i nuovi domini che usano Cloudflare partono con un’impostazione predefinita: via libera ai crawler di ricerca, stop ai bot di addestramento e agli agenti sulle pagine che mostrano pubblicità. I gestori possono ca