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Possible Love - La recensione
Per capire davvero l'importanza del nuovo film di Lee Chang-dong bisogna tornare indietro a molto lontano, più precisamente agli anni Novanta europei del leggendario Krzysztof Kieślowski e del suo sceneggiatore di fiducia, il quasi omonimo Krzysztof Piesiewicz. Sono gli anni di Decalogo, progetto narrativo composto di dieci mediometraggi da un'ora immaginato come estensione filmica dei biblici Dieci comandamenti, che della produzione dell'autore rappresenta l'apice creativo al pari della "trilogia dei colori" e de La doppia vita di Veronica. Un'antologia di drammi esistenziali da cui Kieślowski trasse due lungometraggi - Breve film sull'uccidere e Breve film sull'amore - e su cui perfino Stanley Kubrick espresse parole al miele nel sottolinearne la brillante capacità di drammatizzazione.
"Esemplificando i concetti attraverso l'azione drammatica della storia essi acquisiscono il potere aggiuntivo di permettere al pubblico di scoprire quello che sta realmente accadendo, piuttosto che semplicemente raccontarglielo", sottolinea Kubrick, "Lo fanno (Kieślowski e Piesiewicz) con tale abbagliante abilità, che non riesci a percepire il sopraggiungere dei concetti narrativi e a materializzarli prima che questi non abbiano già raggiunto da tempo il profondo del tuo cuore". Non dovrebbe stupire più di tanto sapere a questo punto come non solo Possible Love (Ganeunghan sarang, in versione originale) è dichiaratamente ispirato a Decalogo 9 - "Non desiderare la donna d'altri", ma che Lee ha addirittura dedicato il suo settimo lungometraggio alla memoria e al retaggio artistico di Kieślowski e Piesiewicz.
Un ulteriore punto di contatto riguarda proprio la kermesse festivaliera, perché esattamente come Decalogo venne presentato nella sua interezza alla 46esima edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, lo stesso ha fatto Lee con Possible Love con l'83esima, dove la giuria guidata da Maggie Gyllenhaal ha premiato il film col Leone d'argento.
Nonostante la sinossi punti il focus sulle vicende incrociate dei mondi in collisione di Mi-ok (Jeon Do-yeon) e Ho-seok (Sul Kyung-gu), appartenenti alla classe operaia, e della coppia benestante formata dalla documentarista Ye-ji (Cho Yeo-jeong) e dal magnate Sang-woo (Zo In-sung), tra emozioni represse e desideri nascosti e sublimati, Possible Love affonda le sue radici narrative verso la fine del secondo decennio degli anni Duemila. Un periodo di tumulti sociali che ha portato a licenziamenti di massa, in Corea del Sud, e a conseguenze disastrose tra repressioni violente e proteste pubbliche.
Lee intravide in quegli eventi il presagio di un futuro cupo per il suo Paese - e, forse, per il mondo intero - segnato da cambiamenti tecnologici ed economici che rischiavano di lasciare indietro i lavoratori. Una direzione creativa ben specifica che lo spinse ad affrontare un viaggio introspettivo con cui capire in che modo raccontare una storia che fungesse da simulacro allegorico del dramma vissuto da quei lavoratori, così da non tradirne l'essenza e dargli la giusta dignità. La risposta? Una sola: attraverso l'obiettivo della cinepresa.
Cosa che effettivamente Lee fa, ma non nel modo che ci si aspetterebbe; introducendo il personaggio di Ye-ji e la sua dimensione da documentarista, infatti, il cineasta compie un piccolo espediente a livello metalinguistico ponendo un'ulteriore lente con cui dare autenticità allo sguardo, e mantenere la compostezza e la sincerità necessaria verso gli eventi ritratti attraverso un passo indietro velatamente camuffato dal suo alter-ego. Un agente scenico idealista a cui Lee affida la propria poetica umana nel raccontare il cinema come atto creativo che espande l'immaginazione e crea legami.
La prima bozza del copione di Possible Love, oltre che priva dell'anima sociale degna di un dramma di Ken Loach, riguardava la crisi coniugale di una coppia. È con la seconda bozza, però, quella definitiva, che l'opera di Lee spicca il volo evolvendo in un'ana