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Fondale oceanico profondo: ne abbiamo visto appena lo 0,001%
Di circa 335,7 milioni di chilometri quadrati di fondale oceanico profondo, l’umanità ne ha osservati visivamente al massimo 3.823. La superficie documentata equivale a circa lo 0,001% del totale; una seconda stima la colloca ancora più in basso, tra lo 0,0004% e lo 0,0006%. Il divario riguarda una parte del pianeta enorme: i fondali profondi coprono il 66% dell’intera superficie terrestre.
La stima proviene dallo studio di Katherine L. C. Bell, Kristen N. Johannes, Brian R. C. Kennedy e Susan E. Poulton, pubblicato su Science Advances il 7 maggio 2025. Gli autori hanno definito come profonde le aree oceaniche situate ad almeno 200 metri e hanno costruito un database di 43.681 immersioni e attività di osservazione svolte tra il 1958 e il 2024. Il campione riunisce dati di 34 istituzioni appartenenti a 14 Paesi, raccolti in 120 zone economiche esclusive e in alto mare.
Per misurare la copertura sono stati applicati due metodi indipendenti. Il primo ha ricostruito l’area osservata a partire dalle singole immersioni, ottenendo un intervallo tra 1.259 e 2.130 chilometri quadrati. Il secondo ha utilizzato il tempo operativo dei sistemi e ha prodotto la stima superiore di 3.823 chilometri quadrati. Anche prendendo come riferimento il valore più alto, la porzione ripresa resta inferiore a un millesimo di punto percentuale.
Il ritmo medio ricavato dai dati è di circa tre chilometri quadrati osservati ogni anno per ciascun sistema. Su questa base, persino una flotta di 1.000 veicoli sottomarini coprirebbe soltanto 3.000 chilometri quadrati all’anno e impiegherebbe più di 100.000 anni per riprendere una volta l’intero fondale profondo. Il calcolo descrive la scala del problema mantenendo invariata l’attuale capacità media di osservazione.
La copertura disponibile è inoltre concentrata in poche aree. Il 65% delle osservazioni censite ricade entro 200 miglia nautiche da Stati Uniti, Giappone o Nuova Zelanda. Considerando la provenienza delle missioni, il 97% delle immersioni è stato condotto da cinque Paesi: Stati Uniti, Giappone, Nuova Zelanda, Francia e Germania. Il quadro esistente rappresenta quindi in misura molto maggiore le zone raggiunte dai programmi con più risorse e infrastrutture.
Il database non comprende parte delle attività militari e commerciali, oltre ai dati ancora sotto embargo. Gli autori hanno però valutato anche il possibile effetto di queste assenze: persino ipotizzando un errore di un intero ordine di grandezza, la superficie osservata rimarrebbe sotto lo 0,01% del fondale profondo. Il limite dei dati disponibili modifica dunque la stima assoluta, senza colmare la distanza rispetto all’estensione complessiva degli oceani.
Gli autori e la Ocean Discovery League indicano come priorità lo sviluppo di strumenti più economici e autonomi, distribuibili su scala globale. Alla capacità tecnica deve affiancarsi una strategia di campionamento più rappresentativa, capace di ridurre la concentrazione geografica delle missioni. Allo stato attuale, le immagini raccolte descrivono una frazione estremamente piccola e territorialmente sbilanciata del più vasto ambiente del pianeta.
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