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Il giorno in cui Varenne dimostrò che i dati non bastano
È morto Varenne, questa è la notizia di oggi che sentiremo dare e che vedremo rimbalzare un po’ ovunque, tra social, quotidiani e TV. 31 anni compiuti, in pista è diventato la leggenda del trotto. Il più grande di tutti i tempi secondo gli addetti ai lavori, tanto che all’inizio del millennio qualcuno pensò di clonarlo, dopo le prime sperimentazioni che hanno dimostrato la fattibilità dell’operazione.
Eppure, prima di diventare il cavallo che tutti hanno conosciuto e consacrato, era stato quasi messo da parte. Solo lo scorso anno, il suo driver Giampaolo Minnucci lo definiva un pensionato di lusso, raccontando un aneddoto che vale la pena ripescare.
Era il maggio 1998, Varenne aveva tre anni ed era bruttino, per usare le parole di chi lo aveva visto allora. Dopo l’interesse manifestato da parte di alcuni addetti ai lavori, fu sottoposto a una radiografia. Evidenziò la presenza di un chip nel nodello della zampa anteriore sinistra, un piccolo frammento osseo che avrebbe dovuto suggerire una carriera di certo non ai vertici della categoria.
Ad ogni modo, il cavallo andò in pista per una dimostrazione e convinse il suo futuro compagno, Minnucci, ad acquistarlo. Fu pagato 180 milioni, c’erano ancora le lire. Fu operato, guarì e il resto è storia. Oggi, forse, dati e algoritmi lo avrebbero tenuto lontano dalle corse, qualcuno avrebbe immesso in un’AI le informazioni catturate da sensori, telecamere e analisi biometriche, restituendo un responso che avrebbe impedito al campione di entrare nella storia a suon di record.
Come si dice in questi casi, lascia più di 2.000 figli. Per approfondire una storia più unica che rara, proponiamo qui sotto in streaming il docufilm “Io sono Varenne, il figlio del vento”. È una produzione esclusiva di EQUtv per EPIQA, con la voce fuori campo di Luca Ward.