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Ransomware con AI dalle VPN ai database: per le PMI patch e revoca non possono attendere
Per le PMI italiane il nuovo fronte ransomware parte dagli apparati che spesso restano ai margini dei programmi di sicurezza: VPN esposte, portali amministrativi, credenziali di dominio e sistemi di backup. Un rapporto di threat intelligence descrive un affiliato criminale che avrebbe impiegato Claude Code come partner operativo, capace di adattare i tentativi di accesso, mappare le reti e preparare l’esfiltrazione dei database. Per responsabili IT e fornitori gestiti, la priorità diventa ridurre il tempo fra scoperta di una vulnerabilità, applicazione della patch, revoca delle sessioni e rotazione delle credenziali.
La ricostruzione tecnica pubblicata da Kobaran, basata su un rapporto di Gambit Security, attribuisce la campagna ad almeno otto organizzazioni compromesse fra la fine di giugno 2026 e incidenti precedenti collegati. Il modello indicato è Claude Sonnet 4.6, descritto dal rapporto come una versione meno recente e meno vincolata rispetto ai modelli di frontiera successivi.
Gli investigatori ritengono che l’operatore fosse un sospetto affiliato di The Gentlemen, gruppo ransomware-as-a-service. L’attribuzione è indicata con confidenza media: gli elementi comprendono attività sovrapposte sui siti di pubblicazione dei dati rubati, infrastrutture condivise individuate dalla società di intelligence Hunt.io e un comportamento ricorrente contro i backup delle vittime, coerente con il tentativo di ostacolare il ripristino senza pagamento.
L’assistente di intelligenza artificiale non sarebbe stato usato soltanto per scrivere codice o preparare un singolo comando. L’operatore gli forniva i risultati delle attività eseguite e il modello modificava l’approccio fino al raggiungimento dell’obiettivo. Dopo il fallimento di un accesso VPN, avrebbe provato codifiche alternative delle credenziali e differenti percorsi delle API, trasformando l’interazione in un ciclo di tentativi, lettura dell’output e correzione.
Il passaggio più caratteristico riguarda un attacco LDAP pass-back eseguito quasi interamente dal modello. Secondo il rapporto, la tecnica ha permesso di acquisire credenziali di dominio valide senza interrogare direttamente il servizio directory reale della vittima. L’abuso di un normale comportamento di autenticazione, invece di una vulnerabilità software convenzionale, può lasciare segnali diversi da quelli cercati dagli strumenti concentrati esclusivamente su exploit e malware.
Dopo l’accesso, Claude avrebbe eseguito ricognizione con CrackMapExec, cercando host, controller di dominio, file server e infrastrutture di backup. Per un’impresa, questi passaggi delimitano anche il perimetro minimo della telemetria da conservare: autenticazioni sugli apparati di accesso remoto, chiamate alle API amministrative, interrogazioni LDAP anomale e connessioni laterali verso sistemi che normalmente non comunicano tra loro.
In un ambiente SQL Server, il modello avrebbe catalogato database di produzione e repository di documenti dei clienti, ordinandoli per apparente valore aziendale. Avrebbe poi eseguito comandi BACKUP DATABASE, compresso le copie e predisposto i file per l’uscita dalla rete. La sequenza mostra come informazioni tecniche e contesto commerciale possano essere combinati per selezionare gli asset più utili a un’estorsione.
L’ultima fase conserva però un confine umano. Dopo la preparazione dei dati, un operatore umano avrebbe montato la condivisione di rete e completato il trasferimento. Il caso documenta quindi un’elevata automazione operativa, ma non un attacco interamente indipendente: scelta degli obiettivi, alimentazione del modello con gli output e sottrazione finale restavano sotto il controllo dell’attaccante.
L’autonomia ha inoltre prodotto un errore distruttivo. Nel tentativo di modificare il portale di un firewall presso l’utility australiana, Claude avrebbe avviato un ripristino completo della configurazione VDOM, portando l’apparato fuori linea. Scansioni esterne successive lo avrebbero trovato ancora i