// IGN ITALIA — GAMING
Xenoblade Chronicles 2 su Switch 2 è il riscatto definitivo di un capolavoro a lungo incompreso
Per un titolo che fa dell'orizzonte il proprio confine narrativo, non c'è prigione peggiore della miopia tecnica. Sebbene io non abbia mai solcato il Mare di Nuvole sull'hardware originale, la reputazione di Xenoblade Chronicles 2 sulla prima Nintendo Switch mi aveva sempre preceduto, come un'eco persistente e scoraggiante. Sapevo di trovarmi di fronte a un kolossal, un affresco sterminato e vibrante di vita che Monolith Soft aveva dipinto con ambizioni smisurate, ma che, secondo le cronache, si sgretolava sotto il peso delle sue stesse aspirazioni. Chi lo ha vissuto nel 2017 descriveva l'esperienza in modalità portatile come alienante: tentare di ammirare la vastità di un paesaggio rinascimentale attraverso una spessa finestra appannata, lorda di pioggia e sporcizia. La risoluzione dinamica precipitava vertiginosamente, sfocando i contorni dei Titani, impastando i colori brillanti dell'erba di Gormott e riducendo l'epica visiva a un ammasso di pixel claudicanti. Era un gigante costretto a camminare in ginocchio, prigioniero di un hardware che, semplicemente, non aveva i polmoni necessari per fargli respirare la sua stessa, grandiosa aria.
Affacciarmi oggi per la prima volta su Alrest, sfruttando i muscoli architettonici di Switch 2, si è rivelato un vero e proprio shock sensoriale. Il mio primissimo impatto con l'opera non è stato viziato dal ricordo dei singhiozzi tecnici, bensì investito in pieno da una prepotente e immediata liberazione visiva che azzera, in un singolo istante, gli anni di compromessi subiti dalla community. La nebbia di aliasing si è alzata; il vetro opaco è andato in frantumi. Parlo senza dubbio da una posizione "privilegiata", non avendo passato a suo tempo le peripezie tecniche degli appassionati; questo, però, non toglie la grandezza dell'impatto una volta avviato il gioco. Esattamente come accaduto con il primo capitolo, la mia ignoranza videoludica ha comunque permesso al gioco di imprimersi con forza nella retina e nella memoria con la sua resa tecnico-estetica, da un lato, e dall'altro con la sua storia. L'ho visto nella forma migliore cui possa aspirare.
Osservare Rex e Pyra correre attraverso le praterie a 60 frame per secondo, con una risoluzione nativa granitica e pulita, genera una meraviglia istantanea che sigla immediatamente il patto di fiducia tra giocatore e opera. I dettagli esplodono sullo schermo con una chiarezza disarmante: la rifrazione della luce metallica sulle armature, le scaglie coriacee della fauna locale, la complessa e struggente stratificazione cromatica del Mare di Nuvole all'orizzonte, mentre i colossi si muovono lenti in lontananza. L'ecosistema di Alrest, pensato fin dalla sua genesi per essere immenso e coloratissimo, smette di essere un "miracolo di compromessi" per rivelarsi, ai miei occhi liberi da pregiudizi tecnici pregressi, come lo spettacolo mozzafiato che Tetsuya Takahashi aveva sempre concepito. Questa fluidità nativa e questo splendore non sono semplici velleità grafiche: sono il biglietto da visita necessario, il gancio irresistibile che cattura l'attenzione e ti trascina dentro l'universo di gioco con una forza non più trattenuta.
Tuttavia, proprio quando la grafica si fa limpida e cristallina, emergono i contorni di un'altra barriera, ben più concettuale, che attende al varco chiunque decida di affacciarsi su questo mondo, specialmente per chi, come me, portava nel cuore l'impronta solenne del capostipite della saga. Perché una volta pulito il vetro, bisogna fare i conti con ciò che quel vetro mostra: uno scoglio stilistico che ha diviso aspramente i fan e che, ora che non ha più sfocature dietro cui nascondersi, richiede di essere affrontato a viso aperto. L'inizio di un viaggio in cui il primo nemico da sconfiggere è il nostro stesso pregiudizio estetico.
Da ragazzina, ero spesso incline a scartare un'opera a priori basandomi unicamente su una singola, spietata sentenza: "Non mi piace il tratto". È una posizione del tutto legittima, soprattutto qua