// TOM'S HARDWARE ITALIA — FINANZA
I data center ingolfano la rete elettrica italiana di richieste (quasi tutte finte)
Il 21 agosto 2026 risultavano 531 domande di connessione alla rete elettrica per data center in attesa di una risposta da Terna, per un totale di 95,38 GW. È una richiesta vicina alla potenza complessiva installata su tutto il sistema elettrico italiano, circa 120 GW. Chi lo ha ricostruito osserva che il dato arriva al termine di una scalata che dura da più di un anno.
A maggio 2025 le richieste erano ferme a 44 GW. A ottobre erano salite a 63,7 GW, e all'inizio del 2026 avevano già superato gli 80 GW, con una crescita che nei primi otto mesi del 2026 ha toccato il +48,2% sullo stesso periodo del 2025. La coda cresce più in fretta di quanto la rete riesca a smaltirla, e nulla nei dati indica un rallentamento, come Tom's Hardware ha già documentato parlando dei data center che corrono più veloci della rete elettrica.
Terna stessa definisce "irrealistico" il totale delle richieste, e stima che solo 1,5-2 GW diventeranno impianti reali entro il 2030. È meno del 2% della coda attuale, un rapporto tra promesso e realizzabile che vale più di qualsiasi comunicato sulla natura di quei 95 GW.
Il dato coincide con un altro numero, più piccolo e più concreto: solo 15 domande, per 1,88 GW, hanno raggiunto la fase più avanzata dell'iter di connessione. Il grosso della fila non ha superato nemmeno i controlli documentali di base, che è il primo filtro prima di qualsiasi allaccio tecnico vero e proprio.
Il confronto con quanto è già collegato rende la sproporzione ancora più netta. Gli impianti connessi come data center a oggi sono appena 8, entrati in servizio a partire dal 2017, e altri quattro sono in arrivo nei prossimi mesi, tutti in Lombardia: la capacità industriale reale si misura ancora in unità, non in decine di gigawatt.
Solo il 10% delle domande arriva da operatori di data center o da fondi dedicati al settore. Il 30% viene da società di progettazione, e il restante 60% da immobiliari, logistica e privati senza alcun progetto industriale dichiarato: la maggioranza della fila non ha nulla a che fare con il calcolo.
Il meccanismo, spogliato del linguaggio energetico, è quello di sempre nell'immobiliare. Una società che possiede un capannone agricolo o un'area industriale dismessa presenta la domanda di connessione, aspetta che Terna indichi dove e come sarà possibile allacciarsi, e poi vende il terreno a chi vuole davvero costruire, incassando la differenza di valore. Una volta che Terna definisce la soluzione tecnica, quel valore esiste anche se l'impianto non verrà mai costruito da chi ha presentato la domanda: una versione energetica del "land banking" immobiliare, applicata a un permesso di allaccio invece che a una licenza edilizia.
Per arginare il fenomeno, Terna ha proposto di rendere la soluzione di connessione definitiva solo quando chi la richiede dimostri, con ragionevole certezza, l'intenzione reale di costruire un impianto. È un filtro amministrativo utile, ma resta un rimedio di carta: non tocca il vincolo fisico che segue, quello delle stazioni elettriche stesse.
Terna non distingue chi vuole costruire da chi vuole solo rivendere un terreno.
Quasi la metà della potenza richiesta, 46 GW su 290 domande, si concentra in Lombardia, intorno a Milano, dove la sfida per la rete si è aggravata più che altrove. È lì che il problema smette di essere solo amministrativo.