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Recensione Resonance: A Plague Tale Legacy
Quando si pensa al franchise di A Plague Tale, sono piuttosto certo che la vostra mente corre inevitabilmente a fiumi di ratti portatori di morte, a meccaniche stealth in cui l'ombra è l'unica alleata e al legame disperato, tragico e profondamente emotivo tra Amicia e il piccolo Hugo.
Con Resonance: A Plague Tale Legacy, gli sviluppatori hanno deciso di mescolare le carte in tavola. Se vi state chiedendo se ci troviamo di fronte a un vero seguito, la risposta è un secco no. Questo nuovo capitolo si configura come un ambizioso spin-off, un prequel ambientato ben quindici anni prima degli eventi che hanno sconvolto la Francia del XIV secolo, e mette al centro della scena un personaggio che i fan hanno imparato ad amare in Requiem: l'intrepida contrabbandiera Sophia.
Sviluppato con la chiara intenzione di espandere l'universo narrativo (affidato alle cure di Asobo), Resonance compie una virata netta per quanto riguarda il genere di appartenenza. Abbandonate le meccaniche prettamente stealth, il gioco abbraccia l'action-adventure, sbilanciandosi con prepotenza verso la componente d'azione pura. Un esperimento coraggioso che, come vedremo in questa disamina, regala momenti di grande coinvolgimento narrativo e visivo, ma che inciampa su alcune criticità strutturali legate proprio al suo nuovo impianto ludico.
Il cuore pulsante di Resonance: A Plague Tale Legacy è, senza ombra di dubbio, la sua componente narrativa. Sophia non è un personaggio inedito, e chi ha giocato a Requiem sa bene quanto il suo carisma, il suo pragmatismo e la sua bussola morale (per quanto flessibile) l'abbiano resa uno dei volti più iconici della saga. Questo spin-off esplora il suo burrascoso passato, mostrandoci una Sophia più giovane, cresciuta in un mondo complicato all'interno di un gruppo di spietati predoni e pirati. È stata forgiata dal mare e dalla necessità di sopravvivere, addestrata a combattere non per onore, ma per portare a casa la pelle.
La trama abbandona i toni apocalittici legati alla Macula per concentrarsi su un mistero dal sapore decisamente più mitologico. L'avventura ruota attorno all'esplorazione di una misteriosa isola situata a non molta distanza dalle coste italiane (un'ambientazione che i giocatori più attenti e appassionati di geografia storica riconosceranno quasi subito). Sophia si spinge in questo luogo remoto per comprendere una serie di eventi che la stanno coinvolgendo in prima persona, in un viaggio che intreccia antiche leggende a intrighi molto terreni.
Non ci troviamo di fronte alla sceneggiatura più originale o sconvolgente mai scritta per un videogioco, ed è giusto ridimensionare le aspettative in tal senso. Tuttavia, la storia è raccontata in modo efficace. I dialoghi sono brillanti, la sceneggiatura scorre in modo fluido e i personaggi secondari che ruotano attorno a Sophia godono di una caratterizzazione eccellente. Ci sono colpi di scena godibili e situazioni che vi terranno incollati allo schermo. Va precisato che i collegamenti diretti con l'epopea di Amicia e Hugo sono ridotti all'osso; si tratta di un'avventura stand-alone a tutti gli effetti, che però semina indizi e lascia le porte aperte per futuri sviluppi dell'intero franchise.
Il cambiamento più radicale di Resonance risiede nel suo gameplay. Essendo cresciuta tra i corsari, Sophia non ha bisogno di nascondersi tra l'erba alta armata solo di una fionda. È una guerriera letale che scende in campo impugnando all'unisono una spada e un pugnale. Il sistema di combattimento è stato strutturato per offrire molta più libertà rispetto al passato: è possibile parare i colpi, alternare attacchi leggeri e pesanti, schivare con agilità, afferrare gli avversari e persino sferrare potenti calci per scaraventare i malcapitati soldati giù dai dirupi.
A supportare questa deriva action troviamo un sistema di progressione in stile RPG-lite. Esplorando i livelli è possibile accumulare i cosiddetti "Punti di Risonanza", valuta fondamentale per sbloccare nuove abilità