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Resonance: A Plague Tale Legacy - La recensione
Diciamolo subito. Resonance: A Plague Tale Legacy non ha praticamente nulla a che spartire con i primi due capitoli della serie, ossia A Plague Tale: Innocence e A Plague Tale: Requiem, tanto che se Asobo Studio avesse optato per una protagonista non legata al precedente episodio avrebbe potuto chiamare questa sua nuova creatura in qualsiasi altro modo. Questo per fugare fin da subito ogni dubbio e mettere in chiaro che, se vi aspettavate un terzo capitolo in continuità con i primi due, sarete inevitabilmente delusi. Resonance: A Plague Tale Legacy va quindi considerato come uno spin-off della serie principale ma quasi solo per la presenza di Sophia, personaggio secondario visto quattro anni fa in A Plague Tale: Requiem che qui diventa protagonista assoluta.
Potremmo anche considerare il gioco un prequel, ma solo in quanto si svolge circa quindici anni prima di Requiem, e non perché contenga specifici riferimenti narrativi al gioco del 2022 o al primo capitolo della serie. A dirla tutta, ci sarebbero punti in comune come lo stealth, i compagni - due, stavolta - che ci aiutano nel corso dell’avventura e un certo mood oscuro, ma le somiglianze finiscono qui e in circa dodici ore di gioco Resonance: A Plague Tale Legacy si è dimostrato un action-adventure in terza persona con una precisa personalità che, per gameplay, narrazione e ambientazione, si fa davvero fatica a considerare un A Plague Tale.
Prendiamo proprio il gameplay. Sophia, orfana cresciuta fin da bambina addestrandosi al combattimento, è un’eroina diversissima dalla Amicia dei due precedenti capitoli della serie, la quale in quanto a mani nude, agilità e utilizzo delle armi lasciava parecchio a desiderare. Qui, invece, impersoniamo una vera combattente dotata dell’agilità di Lara Croft, di una grande capacità con le armi melee e l’immancabile rampino, che serve sia nei frangenti platform sia per colpire i nemici più lontani spingendoli a sé; non ci sono, infatti, archi, balestre o altre armi a distanza.
Per darvi un’idea di quello che vi aspetta a livello action, Sophia può anche parare i colpi nemici contrassegnati da un bagliore giallo e, in seguito, anche quelli rossi, schivare, calciare (utile contro chi ha uno scudo), uccidere immediatamente con un attacco dall’alto in stile Assassin’s Creed, usare il rampino come appena accennato e raccogliere da terra un pugnale caduto e scagliarsi contro il nemico vicino per provocare parecchi danni.
Tutti questi elementi messi insieme, che nei due giochi precedenti mancavano del tutto e che mi hanno ricordato il combat system "a colori" di 007: First Light, rendono gli scontri abbastanza dinamici e divertenti, crudi nelle finisher e a tratti persino esaltanti, come quando si riescono a concatenare diverse azioni che terminano con un attacco finale particolarmente cruento. Il vero divertimento, però, lo si percepisce solo più avanti nel gioco, quando si riescono a sbloccare certe abilità che rendono Sophia quasi una macchina da guerra. Peccato che da un certo punto in poi, come vedremo meglio tra poco, i combattimenti non siano più così centrali come nei primi capitoli del gioco e, in generale, non mi sono mai trovato di fronte a veri e propri ostacoli, nemmeno contro i nemici più forti che fungono da "boss".
Questo perché, se non siete molto a vostro agio con il perfetto tempismo delle parate, il più delle volte basta continuare a schivare i colpi e ad attaccare per avere la meglio sugli avversari. Non è soddisfacente, rapido o spettacolare come spezzare la difesa nemica a suon di parry, ma si porta sempre a casa il risultato. Se poi consideriamo che non esistono vere e proprio combo, che c’è solo un attacco speciale legato al riempimento di una specie di "icona della rabbia" e che il nostro alleato lotta per conto proprio senza una collaborazione durante gli scontri, il combattimento in Resonance: A Plague Tale Legacy funziona ma non esalta particolarmente e, soprattutto, non diventa quasi mai impegnativo, se non quand