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Morto Ratko Mladic, il generale che comandò il genocidio in Bosnia
Ratko Mladić è morto, da solo, in un letto dell'ospedale del carcere dell'Aja, a 84 anni. Il 'Macellaio della Bosnia', com'era stato soprannominato, riconosciuto colpevole dei peggiori crimini di sangue in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale, scontava l'ergastolo inflitto in via definitiva dal Tribunale internazionale per i crimini nell'ex Jugoslavia, dopo essere stato riconosciuto colpevole di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità.
Malato da alcuni anni, vittima di un paio di ictus, su imput del figlio Darko, la Serbia ha tentato invano in questi ultimi anni di farlo tornare a casa, per curarsi presso la famiglia: riceveva tutte le cure mediche necessarie in carcere, ha risposto fino a pochi giorni fa il Meccanismo residuale, che mantiene le funzioni del disciolto Tribunale speciale.
La storia del generale Mladic ha dell'incredibile, ed è il frutto più amaro dei sentimenti che da secoli lacerano i Balcani, e continuano ancora oggi a covare sotto le ceneri della politica di questa regione. E' stato l'arma più efficiente e spietata del nazionalismo più cieco, abilmente sfruttato (non solo da parte serba) dagli uomini politici che furono protagonisti delle guerre degli anni Novanta.
Nato nel 1942 a Kalinovik, nell'attuale Republika Srpska di Bosnia, figlio d'un partigiano, una vita da militare di carriera, nel 1992 divenne capo per la Bosnia dell'Esercito Popolare Jugoslavo (Jna) che - sotto l'occulta regia dell'allora presidente della Serbia (in quello che restava della Jugoslavia) Slobodan Milošević - divenne di fatto forza d'appoggio alle milizie serbo-bosniache che si stavano costituendo.
Diventò poi capo di Stato Maggiore dell'autoproclamata Republika Srpska. Il suo compito: creare uno territorio omogeneo, privo di "isole" di musulmani o di croati, che unisse in un arco territoriale senza interruzione dai confini croati con la Krajina, ribellatasi a Zagabria, lungo il nord della Bosnia fino alla madrepatria Serbia. Un piano per "proteggere" una volta per tutte i serbi, che avevano patito negli anni '40 sotto il regime Ustascia croato il peggior genocidio dopo quello degli ebrei. Un compito che Mladic fece proprio con uno zelo, una determinazione e una spietatezza che ha pochi pari nel mondo moderno.
Personalità per certi verso introversa, turbata dal suicidio della figlia Ana nel 1994, Mladic compare in filmati in cui dà rassicurazioni alle madri con bambini di Srebrenica nel luglio del 1995 che nulla sarebbe accaduto ai loro mariti e figli, mentre i suoi uomini li stavano sistematicamente giustiziando in un altro luogo. Da qui l'altro soprannome affibbiato a Mladic: il 'Boia di Srebrenica''. Caduta nelle mani dei serbo-bosniaci, qui furono uccisi circa 8.000 fra uomini e ragazzi: un crimine numericamente più grande di altri piccoli genocidi di pulizia etnica, come quelli compiuti a Foča, dove migliaia di civili bosgnacchi disarmati furono uccisi e le donne stuprate, o a Višegrad dove furono bruciati vivi decine di civili all'interno di case. E i campi di concentramento a Prijedor, luoghi di tortura, stupro e uccisione di migliaia di musulmani.
Mladic tornava spesso a Sarajevo, l'ostacolo più grande nella sua visione della Republika Srpska omogenea, che tenne sotto assedio per quasi quattro anni con cecchini che dalle colline circostanti sparavano su tutti i civili che riuscivano a prendere di mira, uccidendo 12.000 persone. Una scia di crimini frutto di un sodalizio di ferro fra il suo "diretto superiore", l'ex presidente Karadzic, che dirigeva il tutto da Pale, e, più in disparte, Milosevic, che le mani non se le sporcava ufficialmente, ma che poi ha preceduto di 20 anni nella sorte in cella all'Aja il fedelissimo generale.
Un sodalizio e un'unità d'intenti che spiega anche l'incredibile latitanza, a guerra finita, del 'macellaio' Mladic, che fino alla caduta del protettore Milsevic nel 2000, ha vissuto indisturbato in tenute di campagna in Serbia con alcuni suoi miliziani fedelissimi a mo' di gu