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Le anche dello Hobbit erano più umane di quanto pensassimo
Un gruppo guidato dall'antropologa biologica Kristi Lewton, della University of Southern California, ha analizzato le anche di Homo floresiensis, il piccolo ominino soprannominato “Hobbit”. La forma del bacino risulta più vicina a quella delle specie umane del Pleistocene che all'anatomia di australopiteci come Lucy, offrendo nuovi elementi per ricostruire il modo in cui questa specie si muoveva e la sua ancora incerta storia evolutiva.
I ricercatori si sono concentrati sul bacino di LB 1, lo scheletro di una femmina adulta alta circa un metro e vissuta sull'isola indonesiana di Flores tra 100.000 e 60.000 anni fa. Homo floresiensis, scoperto nel 2003, presenta una combinazione insolita di caratteristiche: le mani ricordano maggiormente quelle degli australopiteci, mentre spalle e braccia appaiono più simili a quelle del genere Homo. Il nuovo studio è stato pubblicato sull'American Journal of Biological Anthropology.
Una delle misure considerate riguarda il flare iliaco, cioè quanto le ossa dell'anca si allargano lateralmente rispetto al centro del tronco. Un'apertura marcata è stata associata alla morfologia degli australopiteci e a una locomozione bipede meno efficiente di quella umana. Le tecniche impiegate in precedenza per misurare questo tratto, tuttavia, avevano prodotto risultati contraddittori.
Il gruppo ha quindi definito una misura quantitativa e confrontato il reperto con i bacini di scimpanzè, gorilla, australopiteci e specie umane sia viventi sia estinte. Nell'analisi statistica, LB 1 si colloca vicino a specie pleistoceniche come Homo erectus e si distingue invece dalle forme australopitecine e dalle grandi scimmie. Secondo gli autori, la configurazione delle anche è compatibile con una camminata bipede sostanzialmente simile a quella degli esseri umani.
La somiglianza del bacino non implica però un'andatura identica alla nostra. Le altre proporzioni dello scheletro indicano che lo Hobbit probabilmente non era un bipede particolarmente veloce e non percorreva grandi distanze. I ricercatori descrivono quindi un bipedalismo di tipo umano, ma con prestazioni differenti da Homo sapiens e con limiti che non possono essere dedotti dalle sole anche.
Gli autori suggeriscono inoltre che Homo floresiensis potesse conservare alcuni comportamenti arboricoli, pur muovendosi abitualmente su due gambe. Caley Orr, paleoantropologo dell'Università del Colorado Denver non coinvolto nella ricerca, ha osservato che il risultato concorda con un precedente confronto quantitativo dei bacini fossili, nel quale LB 1 appariva in gran parte simile alle specie umane.
Lo studio riguarda una singola regione anatomica di un solo individuo e non permette di stabilire da quale popolazione ancestrale derivasse la specie. Il mosaico anatomico dello Hobbit resta compatibile con scenari evolutivi differenti, mentre la variabilità osservata fra gli ominini antichi invita a non ricostruire locomozione e parentela da un unico tratto. Nuovi fossili e confronti con il resto dello scheletro saranno necessari per verificare queste interpretazioni.
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