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Una sonda potrebbe saltare tra mondi: la NASA finanzia l'idea
La NASA ha finanziato uno studio preliminare per valutare una sonda capace di visitare diversi corpi del Sistema Solare e identificarne i minerali a distanza. Il progetto, chiamato Interworld Slingshot Resource Surveys, è guidato da Pablo Sobron, ricercatore del SETI Institute. L’obiettivo è raccogliere informazioni sulla composizione delle superfici prima di inviare mezzi destinati ad atterrare, riducendo l’incertezza nella scelta dei luoghi da esplorare.
Il finanziamento rientra nella fase iniziale del programma NASA Innovative Advanced Concepts, o NIAC, dedicato a idee che richiedono ancora verifiche di fattibilità. Il contributo previsto arriva a 175.000 dollari per nove mesi di lavoro. Non è quindi una missione approvata per il lancio: il gruppo dovrà stabilire se il concetto abbia basi tecniche sufficienti per proseguire. Un eventuale accesso alla fase successiva richiederebbe una nuova selezione.
Tra le possibili destinazioni figurano la Luna, un asteroide vicino alla Terra e Phobos, una delle due lune di Marte. La sonda dovrebbe spostarsi tra obiettivi diversi, eseguendo osservazioni durante i sorvoli oppure dall’orbita. Al centro dell’idea c’è la spettroscopia Raman, una tecnica già impiegata nell’esplorazione marziana, anche dal rover Perseverance, ma a distanze molto più contenute rispetto a quelle ipotizzate per questo progetto.
La tecnica illumina un bersaglio con un laser e analizza la piccola frazione di luce che viene diffusa con un cambiamento di energia. Questa variazione fornisce informazioni sulle vibrazioni molecolari e permette di riconoscere caratteristiche della composizione del materiale. La difficoltà è raccogliere un segnale estremamente debole: secondo il gruppo, soltanto circa un fotone su diecimila miliardi subisce diffusione Raman. Le precedenti prove a distanza di Sobron sono arrivate a circa 120 metri; lo studio considera misure da 30–50 chilometri.
Passare da quelle prove a osservazioni così lontane richiede di verificare quanta luce possa raggiungere il bersaglio e quanta ne possa raccogliere lo strumento. Nei nove mesi di studio saranno quindi esaminati laser, rivelazione dei fotoni e puntamento della sonda, insieme a propulsione e orbite. Il rendimento dello spettrometro dovrà essere valutato nel contesto di un veicolo in movimento, con distanze e geometrie di osservazione determinate dalla traiettoria.
La prospettiva è costruire mappe delle risorse minerarie utili a scegliere dove concentrare indagini successive. Sobron richiama un ostacolo economico dell’eventuale sfruttamento delle risorse spaziali: dimostrare che un sito meriti una missione può essere già molto costoso. Identificare un minerale, tuttavia, non dimostrerebbe da solo che sia presente in quantità sfruttabili o che la sua estrazione sia tecnicamente ed economicamente praticabile.
Il risultato atteso da questa prima fase è una valutazione di fattibilità, non una mappa già pronta né una dimostrazione operativa nello spazio. Restano da verificare sia le misure Raman alle distanze proposte sia la possibilità di integrare strumento e traiettorie in un’unica missione. Se questi passaggi daranno esito favorevole, il concetto potrebbe offrire all’esplorazione robotica un modo per confrontare più destinazioni prima di affrontare la complessità di un atterraggio.
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