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A proposito di The Legend of Zelda: Ocarina of Time, il gioco che ha fatto la storia
Subito dopo aver visto il Nintendo Direct dedicato ai quarant'anni di The Legend of Zelda mi sembra giusto riservare un piccolo spazio alla storia di questa saga; in particolare, di un capitolo che a partire dal prossimo 5 novembre rivedremo in una nuova veste. Una delle più grandi difficoltà per chi fa il mio lavoro è parlare dell’eredità di titoli come The Legend of Zelda: Ocarina of Time riuscendo a tenere a bada quella voce che ogni fan innamorato della saga sente riverberare dentro il proprio cuore. Allo stesso tempo è complesso parlare dei moderni action adventure senza riconoscere nella loro realizzazione l’influenza del gioco Nintendo.
Con Ocarina of Time siamo davanti a un'esperienza che ha saputo fissare standard, modelli e linguaggi che ancora oggi, nel medium videoludico, vengono utilizzati come punti di riferimento. Elementi che ci permettono di definirlo non soltanto un capolavoro, ma un gioco generazionale: uno di quei titoli capaci di tracciare una linea tra un prima e un dopo. Non ha fatto soltanto la storia della saga, ma anche quella delle persone che vi hanno lavorato, primo fra tutti Shigeru Miyamoto. È un gioco che ha segnato la storia di una console, il Nintendo 64, arrivata su un mercato profondamente cambiato; e, infine, anche quella di un’azienda come Nintendo, che stava dimostrando di non avere in Mario la propria unica punta di diamante.
Ocarina of Time rappresenta il risultato di un enorme sforzo creativo che ha ridefinito per sempre le potenzialità di un’intera industria, donandole una dimensione epica senza mai perdere di vista quella ludica, ed è anche per tutti questi motivi che è stato ripresentato più volte al pubblico. Oggi, arrivati ai quarant’anni della saga, ci troviamo davanti a un nuovo remake che porta con sé tante promesse, aspettative, dubbi e speranze. Per comprendere davvero cosa abbia rappresentato il titolo originale, però, bisogna tornare indietro nel tempo e ripercorrere la storia che lo ha portato sugli scaffali. Una storia fatta di intuizioni, difficoltà, cambiamenti e scelte che, passo dopo passo, hanno contribuito a trasformare un nuovo capitolo di The Legend of Zelda in uno dei giochi più importanti di sempre.
Per capire come nasce un titolo così importante, dobbiamo tornare ancora più indietro, fino al 21 febbraio 1986. Miyamoto era ormai diventato una delle figure più interessanti della scena videoludica, prima con Donkey Kong e poi con Super Mario Bros.; proprio mentre l’idraulico muoveva i suoi primi passi nasceva The Legend of Zelda, inizialmente concepito come progetto per il Famicom Disk System. Il gioco venne pubblicato come uno dei titoli di lancio della periferica Nintendo in grado di leggere un nuovo tipo di supporto: le Disk Card. Rispetto alle cartucce, queste offrivano la possibilità di riscrivere i dati e, soprattutto, di salvare i progressi della partita. L’obiettivo era quello di creare un vasto mondo virtuale da esplorare. Lo stesso Miyamoto citò tra le proprie ispirazioni titoli come Ultima, che stavano già tracciando quella rotta; ma mentre quei giochi guardavano all’epica e alla vastità immaginaria de Il Signore degli Anelli, il designer giapponese cercava di costruire qualcosa di più intimo.
È ormai noto come una delle principali fonti d’ispirazione del game designer fosse la sua infanzia, trascorsa nelle campagne giapponesi a esplorare luoghi che, agli occhi di un bambino, potevano assumere contorni fantastici e misteriosi. Un sentimento che, nel 1986, riuscì a essere trasmesso a milioni di videogiocatori. Non è un caso, infatti, che, sebbene le prime fasi dello sviluppo fossero incentrate soprattutto sulla realizzazione dei dungeon, grande enfasi venne data anche al mondo esterno: foreste, laghi, montagne e piccole grotte. Hyrule stava già prendendo forma, con tutti i suoi segreti e le sue ricompense. Lo stesso Miyamoto descrisse quella terra lontana come "un giardino in miniatura che qualcuno può mettere in un cassetto e rivedere ogni volta che