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Recensione The Sinking City 2 - Un horror che sorprende
Trasporre l'immaginario orrorifico di H.P. Lovecraft all'interno del medium videoludico è sempre stata un'impresa ardua, spesso in bilico tra la fedeltà letteraria e le necessità di gameplay. Nel corso degli anni, abbiamo assistito a innumerevoli tentativi: dalle avventure grafiche ai giochi di ruolo isometrici, passando per i cosiddetti "walking simulator" incentrati puramente sull'atmosfera.
Tuttavia, The Sinking City 2 decide di cambiare drasticamente rotta, abbandonando le velleità ruolistiche per abbracciare in modo viscerale e totale i dettami del survival horror moderno. Il risultato è un'opera che, pur con le sue innegabili imperfezioni, riesce a trascinare il giocatore in un abisso di disperazione, tensione e follia, offrendo una delle visioni di Arkham più affascinanti e marcescenti mai concepite in un videogioco.
Fin dai primissimi minuti di gioco, risulta palese come il team di sviluppo abbia guardato con enorme (e dichiarata) ammirazione al lavoro svolto da Capcom con i recenti remake della saga di Resident Evil, e in particolar modo all'acclamato rifacimento del secondo capitolo. L'omaggio non si limita a una vaga ispirazione estetica, ma permea l'intera ossatura ludica dell'opera. La telecamera posizionata stretta dietro le spalle del protagonista, l'interfaccia dei menu, la gestione geometrica dell'inventario a slot e, soprattutto, il ritmo compassato dell'esplorazione: tutto urla Resident Evil 2.
Questa scelta di design si rivela estremamente azzeccata, poiché fornisce al giocatore una grammatica ludica solida e immediatamente familiare, permettendogli di concentrarsi sull'opprimente atmosfera dell'universo lovecraftiano.
Il cuore pulsante di questa formula è un bilanciamento survival rigoroso e, a tratti, spietato. A differenza di molti action-horror contemporanei in cui il protagonista si trasforma rapidamente in una macchina di morte inarrestabile, qui il senso di vulnerabilità è costante e ineluttabile. Le munizioni per le armi da fuoco sono un bene di lusso, centellinate con sadica precisione in angoli bui e cassetti impolverati.
A peggiorare la situazione interviene un combattimento corpo a corpo volutamente inefficace: sferrare colpi ravvicinati ai grotteschi abomini che popolano il gioco non solo consuma preziose energie, ma espone il protagonista a danni quasi certi. Questa impotenza di fondo costringe il giocatore a compiere scelte tattiche continue.
Vale la pena sprecare tre preziosi proiettili per abbattere un mostro che blocca un corridoio, oppure è meglio tentare di aggirarlo, rischiando di subire un colpo letale? La gestione oculata delle scarse risorse a disposizione diventa il vero motore della tensione, trasformando ogni scontro in un calcolo disperato tra sopravvivenza e morte.
Se il gameplay si poggia su basi collaudate, è l'ambientazione a rubare letteralmente la scena. La vera protagonista dell'avventura è un'Arkham viva, pulsante e irrimediabilmente marcia. La città, in gran parte sommersa da acque limacciose e putride, è un trionfo di level design e direzione artistica. Il gioco è sapientemente diviso in tre capitoli principali, ognuno dotato di una propria identità tematica e ludica ben distinta, che impedisce all'esperienza di ristagnare nella monotonia.
Il primo atto ci vede navigare a bordo di una precaria imbarcazione tra le strade allagate della città, esplorando rovine affioranti in un silenzio spettrale rotto solo dal sciabordio dell'acqua e da innaturali gorgoglii provenienti dalle profondità. È una fase esplorativa affascinante, che trasmette un senso di isolamento totale.
Il secondo capitolo cambia repentinamente registro, chiudendo il giocatore all'interno di un ospedale abbandonato e introducendo una dinamica di inseguimento ansiogena. Qui, una creatura implacabile in puro stile "Nemesis" darà una caccia spietata al nostro alter ego, trasformando il gameplay in una fuga claustrofobica tra corridoi insanguinati, stanze mediche e barricate improvvisate. Infine, l'ult