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Nel 1946 l'acqua salì di 42 metri, ora si cerca il perché
La Michigan State University, insieme all’Università delle Hawaii, avvia un progetto sulle faglie sottomarine da cui ebbe origine il devastante tsunami del 1946. I ricercatori porteranno sismometri sul fondale del Pacifico, vicino all’Alaska, per registrarne le vibrazioni. L’obiettivo è capire meglio il comportamento delle faglie e fornire dati utili alla valutazione del pericolo per le coste.
Lo tsunami del 1946 attraversò il Pacifico e colpì duramente le Hawaii. Sull’isola alaskana di Unimak, le ricostruzioni riportano una risalita dell’acqua fino a 42 metri sopra il livello di marea: il faro di Scotch Cap fu distrutto e morirono i cinque occupanti. Quella misura descrive la quota raggiunta dall’acqua sulla costa, non l’altezza di un’onda in mare aperto. Il disastro contribuì alla nascita del sistema statunitense di allerta tsunami.
Il progetto è guidato da Songqiao “Shawn” Wei. Gli strumenti impermeabili useranno orologi atomici per associare alle vibrazioni un riferimento temporale preciso e batterie per funzionare autonomamente per 15 mesi. Il recupero dei sensori permetterà poi di analizzare le registrazioni. Per chi segue l’hardware, è un’applicazione concreta di elettronica autonoma, misura del tempo e acquisizione di segnali in un ambiente difficile da raggiungere.
L’area appartiene alla zona di subduzione Alaska-Aleutine, dove la placca del Pacifico scende sotto quella nordamericana. Quando il movimento lungo una faglia deforma il fondale e sposta l’acqua sovrastante, può generare uno tsunami. La ricostruzione del 1946 presenta una difficoltà particolare: l’evento precede la disponibilità dei moderni sismometri a banda larga, capaci di registrare un ampio intervallo di frequenze.
Le nuove osservazioni serviranno a indagare perché una rottura sismica si arresta mentre un’altra continua a propagarsi, e perché alcuni scorrimenti avvengono più lentamente di altri. Confrontare spiegazioni diverse degli stessi segnali è un passaggio centrale della fisica sperimentale, come emerge anche dal dibattito sulle interpretazioni dei risultati nel quantum computing.
La conseguenza applicativa riguarda i modelli di pericolosità: conoscere meglio le possibili sorgenti aiuterebbe a costruire scenari più fondati per le coste e le infrastrutture portuali. La NOAA distingue infatti le informazioni ricavate dal terremoto dalle misure dirette dello tsunami: posizione e dimensioni del sisma indicano il potenziale di generazione delle onde, mentre i sensori oceanici ne rilevano il passaggio. Sono informazioni complementari per valutare gli impatti.
Il lavoro riceve sostegno dalla National Science Foundation, insieme all’accesso a strumenti e tempo nave. Il gruppo punta a partire nel 2028; i risultati arriveranno dopo la permanenza dei sensori in mare e l’analisi dei dati, e serviranno a valutare il pericolo senza consentire di prevedere la data del prossimo terremoto.
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