// IGN ITALIA — GAMING
Oasis: Don't Look Back in Anger - La recensione
C’è un momento, in Oasis: Don’t Look Back in Anger, dove Noel Gallagher dichiara candidamente che le operazioni nostalgia gli piacciono, e non ci trova nulla di male a sfogliare l’album dei ricordi per riprovare certe vecchie sensazioni; nulla di strano per una band da sempre ripiegata sul culto dei Beatles, ma qui colpisce soprattutto la lucidità con cui l'artista ha rivendicato il vero senso della reunion (e anche di questo documentario): non per piantare i piedi nel passato, bensì per riconsegnarlo al presente e riscrivere, insieme, il finale della storia.
Il film inizia con la prima giornata di prove per il nuovo tour, quando Liam ripropone lo stesso piglio erratico e aggressivo cui si attribuisce lo scioglimento del gruppo nel 2009. Poi, però, la drammaturgia del documentario inizia a disegnare un cambiamento profondo, dettato forse da una rinnovata consapevolezza; del tempo trascorso, certo, perché i fratelli Gallagher hanno superato i dieci lustri e sono ormai pieni di capelli bianchi.
Ma questi sedici anni di separazione devono anche averli convinti che, in fondo, non si tratta più soltanto di loro due, bensì di una storia capace di trascenderli e di evolversi autonomamente: oggi gli Oasis appartengono alla cultura popolare, al karaoke, a un genere musicale ben preciso seppur privo di tratti distintivi come il britpop, ai concerti negli stadi, a un'idea di rock band ormai in via di estinzione, ai vecchi fan e, sorprendentemente, pure ai nuovi.
Quando, nella seconda parte del film, il baricentro della narrazione si sposta sul pubblico e la band diventa soltanto una colonna sonora per le storie degli appassionati - riprendendo il format dello splendido Springsteen and I - Oasis: Don’t Look Back in Anger ci sottopone un’evidenza interessante: esistono migliaia di ragazzini in giro per il mondo che adorano il gruppo e conoscono a memoria tutti i loro brani, tramandati dai genitori oppure scoperti autonomamente. Sarebbe riduttivo, quindi, parlare di una semplice operazione nostalgia, perché i fratelli Gallagher non hanno mai smesso di dialogare col proprio pubblico attraverso le canzoni.
Avevano solo bisogno di tornare sulle scene per riscrivere un lieto fine da protagonisti, come ammettono Noel e Liam durante una delle poche interviste frontali del documentario, dove la musica resta sempre in primo piano beneficiando di un mix audio cristallino (rispetto alla pessima amplificazione degli stadi).
La sceneggiatura di Stephen Knight sceglie quindi la forma del dialogo per raccontare il tour del 2025, dove il pubblico non è più un semplice spettatore ma entra letteralmente in campo, mentre la regia del duo Lovelace-Southern ti convince che persino tu, seduto su quella poltrona, sei diventato parte integrante della narrazione. Oasis: Don’t Look Back in Anger si rivela un’esperienza emozionante anche per chi non si riconosce tra i fan del gruppo, perché passa con naturalezza dal privato all'universale; e malgrado trionfino i buoni sentimenti, la retorica non fa quasi mai capolino - almeno, sino al monologo finale - soprattutto per merito di Liam, incaricato di sdrammatizzare ogni momento potenzialmente lacrimevole fuori dal palcoscenico.
Prevale, invece, un grande senso di complicità e uno spirito da famiglia allargata in cui si riflette la matrice popolaresca della band, ambasciatrice del "sottoproletariato" di Manchester ma capace di parlare col suo tono sfacciato a sensibilità molto diverse… Al riparo da ogni ipocrisia e senza troppi calcoli commerciali o, perlomeno, così sembra: magia del cinema e del rock’n’roll.
Oasis: Don't Look Back in Anger è disponibile al cinema.
Oasis: Don’t Look Back in Anger è un’opera emozionante - anche per chi non si considera un fan del gruppo - perché racconta una storia universale su due personaggi in cerca di un finale diverso, disegnando una parabola schietta, ironica e priva di retorica dove la musica diventa la colonna sonora di una saga familiare, ma rivendica pure un posto di pr