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Apple compie cinquant’anni: David Pogue racconta la storia che il mondo non ha veramente capito
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Cinquant’anni sono pochi per le istituzioni e molti per le aziende tecnologiche, e Apple li ha compiuti il 1 aprile 2026 ancora in ottima forma. David Pogue ha realizzato per Simon & Schuster un’opera in grande: Apple: The First 50 Years, 608 pagine con un ricco corredo fotografico a colori, che tra poche settimane sarà finalmente disponibile ai lettori italiani nell’edizione Limina col titolo Apple. 50 anni di storia. Chi ha seguito i festeggiamenti ufficiali per il mezzo secolo dell’azienda ha già il contesto: questo libro è il complemento narrativo naturale.
Bisognerebbe avere più giornalisti come David Pogue. Perché fanno la differenza e perché sono capaci di cogliere l’angolatura giusta per portare a segno un libro “vecchia scuola” ma tutt’altro che privo di ambizione.
Ve lo possiamo dire perché abbiamo l’edizione in inglese sul tavolo davanti a noi: Pogue ha scelto la strada più ambiziosa. Ha scelto di raccontare l’intera parabola di Apple in forma organica e accessibile, dalle radici nei club californiani degli anni Settanta fino alla stagione dei chip M-series, di Apple Vision Pro e dell’intelligenza artificiale. Al centro c’è l’azienda come istituzione, con tutte le sue stagioni: fondatori, manager, designer, ingegneri, campagne di marketing. Il volume include un ricco apparato iconografico a colori.
La struttura adottata ha un’eleganza giornalistica: cinquanta capitoli, uno per ogni anno di vita. La scansione permette di attraversare il racconto per tappe brevi e autonome, senza richiedere una lettura lineare. Chi conosce già certi episodi può saltare, chi vuole approfondire un decennio specifico può immergersi liberamente.
La tesi centrale del libro, mai dichiarata esplicitamente ma presente in ogni capitolo, è che Apple sia un’istituzione e non il prodotto di un genio solitario. La stampa di mezzo mondo ha preferito per decenni il racconto individuale: Jobs il visionario, Ive il designer, Wozniak l’inventore. Pogue sceglie una prospettiva più fedele ai fatti: la grandezza di Apple dipende dalla cultura aziendale che seleziona e trattiene le persone giuste, dagli ingranaggi spesso invisibili che rendono possibile ogni prodotto.
C’è un esempio concreto che parla da solo: Chris Espinosa lavora in Apple da cinquant’anni, praticamente dalla fondazione, a testimoniare che la storia dell’azienda ha uno spessore istituzionale che le narrazioni giornalistiche più pigre tendono a dimenticare. Accanto a Jony Ive, Craig Federighi e Phil Schiller, il libro recupera progettisti silenziosi, ingegneri hardware, responsabili della supply chain e manager del marketing, restituendo alla vicenda di Apple la sua reale dimensione corale. Il racconto diventa la storia di un sistema, non di eroi.
Lo strumento principale è il lavoro sul campo: circa 150 interviste a persone coinvolte nella storia dell’azienda, alcune celebrate, altre rimaste ai margini delle biografie ufficiali. È un lavoro giornalistico che si vede nella qualità delle fonti e nella varietà dei punti di vista. Il risultato è un’opera che tiene insieme l’epica dei prodotti e la prosaica realtà delle decisioni.
Pogue dedica spazio generoso alla storia dei fallimenti, parte integrante della vicenda di Apple quanto quella dei successi. I peggiori prodotti della storia Apple, da Apple III a Lisa a MobileMe, compaiono nel libro come elementi strutturali del racconto: tappe necessarie di un processo di apprendimento che ha reso possibile tutto ciò che è venuto dopo. Capire i fallimenti di un’azienda è spesso più istruttivo dei suoi successi.
C’è un periodo che molte narrazioni tendono a sorvolare: gli anni tra il Macintosh e il ritorno di Jobs, quel lungo decennio di incertezza tra il 1985 e il 1997. Pogue vi dedica attenzione, ricostruendo le difficoltà reali di quegli anni e mostrando come il Mac abbia trovato la propria ragione d’essere nel desktop publishing, grazie ad Adobe e Aldus, in una stori