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Italiani (poco) moderni: usiamo poco e male strumenti che potrebbero migliorarci la vita
In Italia risultano attivi 33,3 milioni di certificati di firma digitale e nel 2025 sono state generate 7,35 miliardi di firme digitali remote. Eppure il 64% degli italiani non possiede una firma digitale personale, anche se il 93% ne conosce l'esistenza. È il primo degli squilibri fotografati dalla prima edizione dell'Osservatorio LetteraSenzaBusta, che incrocia i dati ufficiali di AgID con una ricerca Ipsos Doxa su 1.000 cittadini tra gli 18 e i 75 anni.
Il divario si ripete sugli altri quattro fronti misurati. L'88% degli italiani sa cosa sia la PEC, ma il 62% non ne ha una personale, e il 58% preferirebbe pagarla solo quando la usa invece di un canone fisso annuale.
Il 73% non ha spedito una raccomandata cartacea nell'ultimo anno, ma il 67% ignora che esiste già un'alternativa digitale via WhatsApp, SMS o email. E a pochi mesi dalla scadenza fissata dalla roadmap di eIDAS 2.0, l'87% degli italiani non sa cosa sia l'EUDI Wallet, il portafoglio digitale europeo che entro il 2026 dovrebbe permettere di gestire identità, credenziali e firma dallo smartphone.
La PEC non è più solo una scelta individuale. La normativa sta spingendo verso un domicilio digitale unico, la casella attraverso cui la pubblica amministrazione notifica atti e comunicazioni ufficiali, e chi non ne possiede una rischia di restare escluso da un canale che diventa via via obbligatorio.
Il terzo fronte riguarda la marcatura temporale, uno dei servizi fiduciari che il regolamento eIDAS disciplina sotto il nome di "Data Certa", pensato per attribuire a un documento una data opponibile a terzi. Nel 2025 in Italia ne sono state emesse 5,17 miliardi, il 6,6% in più rispetto al 2024, ma l'88% dei cittadini non la usa: il 55% non sa cosa sia, il 33% ne ha sentito parlare senza mai averla utilizzata, e solo il 12% la impiega per certificare i propri documenti. Va allo stesso modo la conservazione dei documenti: l'87% tiene contratti, fatture e documenti fiscali su un faldone cartaceo, sul computer o su un cloud personale, e solo il 5% usa un sistema di conservazione digitale a norma di legge, l'unico che garantisce nel tempo autenticità e valore probatorio.
Le cifre raccontano quindi un'infrastruttura già matura: certificati di firma validi ovunque nell'Unione europea, un valore legale già riconosciuto dalla giurisprudenza, miliardi di marche temporali emesse ogni anno, un sistema di recapito certificato già digitale. E una platea di cittadini che, nella maggior parte dei casi, non sa nemmeno che esistono.
"Attivare una PEC o una firma digitale significa, nella maggior parte dei casi, sottoscrivere un contratto di abbonamento annuale e pagare ogni anno, indipendentemente da quante volte il servizio viene usato", spiega Mirko Pinato, CEO di LetteraSenzaBusta. "Per un professionista che invia decine di comunicazioni certificate al mese ha perfettamente senso; per chi invece ne ha bisogno solo una manciata di volte l'anno, o magari una tantum, quel canone fisso diventa un ostacolo che finisce per scoraggiare l'adozione di strumenti che, di fatto, sono ormai indispensabili." Il modello di abbonamento, più che la tecnologia, spiega perché tanti rinuncino a usarli.
Le ragioni per questo ritardo tuttavia sono più complesse, e almeno in parte hanno a che fare con la natura profonda del nostro Paese.
Pesa la situazione anagrafica: l'Italia è il paese più anziano dell'Unione europea: l'età mediana è di 49,1 anni, contro una media Ue di 44,9, e gli over 65 sono ormai 14,8 milioni, il 25,1% della popolazione. Chi è cresciuto senza smartphone e senza username non adotta un servizio digitale con la stessa naturalezza di chi ci è nato dentro.
Pesa anche l'alfabetizzazione digitale. Solo il 45,8% degli italiani tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali almeno di base, contro una media europea del 55,5%. Restano indietro anche i laureati: la familiarità con firma digitale, marcatura temporale o conservazione a norma resta bassa pure tra chi ha un'istruzione alta ma