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Il controller buono restava al padrone di casa: storia di tanti pomeriggi su PS2
Da piccolo, per giocare in multiplayer, finivo quasi sempre a casa di qualche amico.
Non avevo fratelli, quindi molte delle partite che ricordo meglio sono legate agli amici del quartiere. Dragon Ball Z: Budokai Tenkaichi era uno di quei giochi che giravano continuamente, così come WWE SmackDown! Here Comes the Pain, che poteva tranquillamente tenerci occupati per un intero pomeriggio.
Nel gruppo c’era poi un amico che aveva più giochi e soprattutto più controller degli altri, quindi casa sua diventava spesso il posto giusto per organizzare qualche torneo.
Il problema era che il controller migliore restava quasi sempre a lui.
A noi toccavano quelli di sottomarca, quelli che già appena li prendevi in mano ti facevano capire che non sarebbe stata proprio la stessa cosa. Le levette erano più dure, i tasti rispondevano peggio e dopo mesi di utilizzo qualche difetto iniziava inevitabilmente a farsi sentire.
Se perdevi, il controller diventava subito una buona scusa. Se invece riuscivi a vincere comunque, tanto meglio.
Ripensandoci oggi, forse è proprio questo uno dei ricordi più belli di quel periodo. Non tanto il multiplayer locale in sé, quanto il modo in cui lo vivevamo. Si andava a casa di un amico, si improvvisava un torneo e dopo una sconfitta si chiedeva subito la rivincita.
Il multiplayer locale esiste ancora, ma per me resta legato soprattutto a quelle giornate e a quel modo molto più semplice di giocare insieme.
E magari qualche partita a Budokai Tenkaichi o a Here Comes the Pain l’ho persa davvero perché ero più scarso degli altri.
Però quel controller di sottomarca non mi ha mai dato una mano.
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