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Psicoanalista, 'li abbiamo lasciati soli, ai social il compito di orientarli'
"Li abbiamo lasciati soli. Abbiamo
progressivamente ridotto gli spazi in cui incontrarsi, crescere,
confrontarsi con adulti credibili, sperimentare il conflitto
senza esserne travolti. Troppo spesso abbiamo affidato ai social
media il compito di orientare desideri, appartenenze e modelli
di successo. E poi ci sorprendiamo quando una parte di loro
esprime la propria rabbia attraverso la violenza". A dirlo è
Daniele Biondo, psicoterapeuta e psicoanalista e docente alla
Scuola di specializzazione in psicoterapia dell'adolescente e
del giovane adulto dell'Arpa-Associazione per la Ricerca in
Psicologia Analitica, sugli episodi avvenuti ieri a Milano e in
altre città.
Per l'esperto la violenza di Milano è completamente diversa
da quella francese che ha obiettivi politici, mentre qui "non
emerge una rivendicazione riconoscibile. Confondere queste
situazioni significa rinunciare a comprenderle". "Nei disordini
di Milano - spiega - c'è un paradosso. Quando vengono presi di
mira negozi e marchi del consumo, il gesto può apparire come un
attacco alla società che li produce. Eppure, se l'obiettivo è
impossessarsi degli stessi oggetti di lusso esibiti come simboli
di prestigio, la ribellione resta prigioniera dell'immaginario
che sembra contestare. Il possesso prende il posto del
desiderio; la visibilità, quello del riconoscimento. Pasolini
aveva intuito con particolare lucidità la forza omologante del
consumismo, capace di modificare aspirazioni, linguaggi e forme
di vita. Oggi il mercato non vende soltanto prodotti: vende
immagini di sé, promesse di successo immediato, appartenenze
misurate in visualizzazioni. Se l'identità viene continuamente
valutata in base a ciò che si mostra e si possiede, per chi si
sente escluso la frustrazione può diventare intollerabile".
Per Biondo "la politica dovrebbe resistere alla tentazione di
usare questi ragazzi come argomento a favore delle proprie
posizioni: da un lato per invocare un irrigidimento delle pene,
dall'altro per leggere ogni episodio come una protesta sociale
consapevole". Mentre ai ragazzi, conclude, "occorre restituire
la possibilità di immaginare un futuro e di sentirsi parte della
società, non soltanto suoi consumatori" perchè "il rischio è di
accorgersi di loro soltanto quando disturbano o fanno fanno
paura. La domanda decisiva non è soltanto come fermare la
violenza. È che cosa siamo disposti a cambiare perché la rabbia
possa diventare parola, conflitto, progetto e, finalmente,
futuro".
Psicoanalista, 'li abbiamo lasciati soli, ai social il compito di orientarli'
ROMA,
19 ottobre 2026, 14:02
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