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Phantom Blade Zero e Black Myth Wukong: sfida tra giganti dalla Cina
Due successi cinesi hanno conquistato il mercato: Wukong punta su duelli tecnici e boss, Phantom Blade Zero su esplorazione e combattimenti spettacolari.
Per anni, il mercato videoludico globale è stato monopolizzato da modelli produttivi e linguaggi creativi legati ai costumi e alle tradizioni di Giappone, Europa e Nord America. Oggi, complice l'espansione a macchia d'olio della platea internazionale di appassionati e la relativa accessibilità dei tool di sviluppo più avanzati, molti altri Paesi del mondo si stanno affacciando al panorama dei progetti ad alto budget con un ampio ventaglio di proposte fortemente identitarie nell'ispirazione artistica e, al contempo, capaci di meraviglie in materia tecnica e di gameplay. Nell'ambito dell'industria cinese, tra le più floride e ferventi dell'ultimo periodo, i casi più emblematici di questo rinascimento culturale sono fondamentalmente due: quello di Black Myth: Wukong e quello, più recente, di Phantom Blade Zero. Due titoli accomunati da una genesi similare, da una serie di affinità concettuali e perfino dal medesimo, travolgente successo. Eppure, al di là degli indubbi punti di incontro, l'avventura dello Scimmiotto Dorato e quella del maestro Soul posseggono anche svariate qualità distintive che ne definiscono il carattere in modo inconfondibile rendendole, ciascuna a suo modo, autentiche pietre miliari della progressiva evoluzione del settore.
Il primo trait d'union tra le due grandi produzioni 'Made in China' che hanno travolto il macrocosmo del mondo dei videogiochi in tempi recenti, a ben vedere, è la reazione che hanno suscitato nel pubblico fin dal momento del loro annuncio: un misto di sbalordita incredulità e cauto scetticismo, dovuto tanto alle prodezze visive quanto all'audacia dei sistemi ludici messi in mostra. Il primo in ordine cronologico, Black Myth: Wukong, è stato un piccolo fenomeno virale di internet, prima di finire sotto le luci dei riflettori, sui più grandi palchi del settore.
Nato come una sorta di tech demo realizzata in Unreal Engine 4 da un piccolo gruppo di programmatori, precedentemente in forze al colosso Tencent (nel tentativo di reclutare giovani talenti provenienti da tutta la nazione), il progetto è velocemente cresciuto a dismisura, raccogliendo finanziamenti e riassestando i propri valori produttivi, fino ad assumere i contorni di un vero e proprio videogioco Tripla-A, titolo d'esordio della neonata compagnia Game Science. Laddove in molti sollevavano dubbi sulla concretezza del programma di sviluppo o sull'esistenza stessa di una versione giocabile di Black Myth: Wukong per via di una presentazione estetica davvero fuori scala e di una direzione artistica apparentemente fin troppo raffinata per un'opera prima, la creatura di Game Science ha continuato a crescere nella sua incubatrice passando per nuovi trailer, nuove sessioni di prova per la stampa specializzata fino a raggiungere, finalmente, il momento del lancio nell'agosto del 2024 su PS5 e PC. Non solo si trattava di un videogioco fatto e finito che riusciva a mantenere gran parte delle promesse fatte nei lunghi anni di gestazione ma è anche riuscito a raccogliere consensi unanimi da parte di critica e pubblico, divenendo il primo videogioco di alto profilo prodotto interamente in Cina a fare breccia nel mercato internazionale.A pochi anni di distanza, anche Phantom Blade Zero ha percorso una strada simile, seppure con qualche differenza. Sebbene, anche in questa fattispecie, si tratti di un esordio nel campo dei progetti ad alto budget mirati a conquistare una platea di scala mondiale, il collettivo S-Game capitanato dal director Soulframe Liang aveva già qualche pratica pregressa nelle app per dispositivi mobile, avendo pubblicato la serie Rainblood e l'eponimo Phantom Blade Executioners (tutti rimasti confinati in territorio cinese).
Malgrado questo interessante curriculum, tuttavia, l'avvento di Phantom Blade Zero è stato accolto con la medesima diffidenza del suo illustre prede