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Due enormi vulcani sulla Luna erano rimasti quasi invisibili
Un gruppo internazionale guidato da Le Qiao ha identificato due enormi strutture vulcaniche sulla Luna che sarebbero rimaste in gran parte inosservate. Lo studio, pubblicato su Geophysical Research Letters, interpreta le due cupole come due vulcani a scudo, un risultato che amplia il quadro del vulcanismo lunare e indica che, nel passato remoto del satellite, il magma potrebbe essersi raccolto a profondità relativamente ridotte prima di raggiungere la superficie.
Le strutture sono state chiamate in base alle regioni in cui si trovano: Prinz-Harbinger e Theophilus. Entrambe presentano un profilo circolare o ellittico, una superficie bombata e una depressione sommitale. È l’insieme di questi indizi, non un singolo dettaglio, a sostenere l’interpretazione vulcanica avanzata dagli autori. La classificazione rimane quindi una conclusione fondata su dati geomorfologici e geofisici, non l’osservazione diretta di condotti ancora attivi.
Ogni cupola misura circa 80 chilometri di diametro. I vulcani a scudo lunari confermati in precedenza non superavano invece i 30 chilometri, mentre le due nuove strutture risultano persino leggermente più larghe dei maggiori vulcani a scudo terrestri. Non sono montagne ripide: i loro fianchi pendono di meno di un grado. La combinazione fra ampia estensione e bassissima pendenza spiega perché possano sfuggire facilmente nelle immagini, soprattutto se integrate nel paesaggio antico, craterizzato e ricoperto da regolite.
Il segnale più incisivo viene dalla gravità. In corrispondenza di uno dei due edifici, il gruppo ha rilevato anomalie gravimetriche di Bouguer positive, cioè un eccesso di massa rispetto a quello atteso dopo aver corretto l’effetto della topografia. I ricercatori lo interpretano come una possibile intrusione di materiale magmatico mafico, più denso delle rocce circostanti, sepolta tra 7 e 32 chilometri di profondità. Il dato non dimostra da solo la presenza di una camera magmatica intatta, ma è coerente con una grande alimentazione vulcanica sotterranea.
Da questi elementi nasce l’ipotesi dei serbatoi magmatici superficiali. In un simile scenario, il magma risalito dall’interno avrebbe sostato nella crosta, alimentando nel tempo eruzioni fluide capaci di costruire scudi larghi e poco inclinati. Il termine “superficiali” è relativo alla scala planetaria: non indica cavità prossime al suolo né riserve ancora fuse, ma zone di accumulo collocate nella crosta lunare durante la sua fase vulcanicamente attiva.
Gli autori suggeriscono che la formazione di questi serbatoi sia stata favorita da condizioni geologiche particolari, come una crosta lunare sottile e vaste zone di debolezza prodotte da antichi impatti. Fratture e discontinuità avrebbero offerto vie preferenziali alla risalita del magma. La verifica di strutture profonde richiederà il confronto con altri tipi di osservazione: in questo quadro, lo studio dei terremoti lunari mostra come i segnali sismici possano aggiungere informazioni sull’interno del satellite.
La scoperta non modifica il fatto che la Luna sia un mondo geologicamente molto più quieto della Terra. Ricostruisce però una fase antica più complessa, nella quale grandi volumi di lava potrebbero avere raggiunto la superficie attraverso sistemi di alimentazione organizzati. Altre misure gravimetriche, topografiche e sismiche dovranno stabilire quanto siano diffusi edifici analoghi e affinare la ricostruzione dell’evoluzione termica della Luna; per ora, i due scudi restano una robusta interpretazione dello studio, non la prova di vulcani attivi nascosti.
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