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Metal Gear Solid: Master Collection Vol. 2 è molto più di una semplice operazione nostalgia
A quasi tre anni di distanza dalla pubblicazione del primo capitolo, Konami si prepara al lancio, a fine agosto, dell'attesissima Metal Gear Solid: Master Collection Vol. 2. Nell'autunno del 2023, parlando del Volume 1, ero stata piuttosto severa: avevo definito quell'operazione "il primo passo di una memoria storica che avrebbe meritato di più", sottolineando come si trattasse soltanto di un compitino al risparmio che si limitava a un banale copia-incolla, vittima di pigrizie tecniche francamente inaccettabili per il calibro dell'opera. E sebbene non mancherò di fare qualche osservazione tecnica anche a questo nuovo giro, il taglio che ho scelto per questo articolo è totalmente diverso.
Oggi, i tre titoli presenti in questa raccolta, e due nello specifico, hanno un impatto differente. Mi sono avvicinata al Volume 2 di questa collezione con una curiosità ben distante dal disincanto di tre anni fa, spinta da un'operazione di recupero che, stavolta, ha un valore inestimabile. Riavviare Metal Gear Solid 4: Guns of the Patriots oggi significa riaprire una capsula del tempo sigillata nel 2008. Ricordo ancora l'impazienza con cui ne attesi il lancio all'epoca e, sebbene nel mio personale olimpo Snake Eater continui a detenere un primato indiscusso che neppure il quarto capitolo riuscì a scalfire (e nemmeno l'avrebbe fatto Metal Gear Solid V), l'impatto di ritrovare Old Snake è innegabile. Pur con le sue evidenti esagerazioni e qualche inevitabile retcon, l'intreccio geopolitico che Hideo Kojima e i co-sceneggiatori avevano sapientemente intessuto esercitava – ed esercita tuttora – un fascino magnetico. Ancora di più se consideriamo che, dal giorno del suo debutto su PlayStation 3, il gioco è rimasto di fatto inaccessibile.
Il Volume 2 non è però solo la liberazione del suo capitolo più mastodontico; è anche l'occasione per esplorare le derive tascabili e atipiche della saga. Da una parte c'è il fascino della scoperta con Ghost Babel, lo spin-off non canonico per Game Boy Color che per anni è mancato al mio storico e di cui non vedevo l'ora di sviscerare la narrazione; dall'altra, il ritorno a Peace Walker, il capitolo in cui era già possibile leggere in filigrana le dinamiche, le meccaniche e l'estensione sistemica che avrebbero poi gettato le fondamenta per l'architettura di Metal Gear Solid V: The Phantom Pain.
Rigiocare oggi a queste opere (così come è accaduto con il Volume 1) genera una consapevolezza quasi straniante: Kojima aveva anticipato drammaticamente i tempi. Per questo motivo, trattare questa Collection con i crismi della classica recensione sarebbe riduttivo. Questo speciale vuole essere un viaggio analitico diviso in tre fasi senza soluzione di continuità: partiremo dall'evoluzione strutturale tra console fisse e portatili, attraverseremo il titanico miracolo della preservazione tecnologica, per culminare infine nell'inquietante, e lucidissima, profezia sociopolitica che l'autore ci ha lasciato in eredità.
Nell'immaginario collettivo, il nome di Hideo Kojima e l'epopea di Metal Gear Solid sono storicamente e indissolubilmente legati al concetto di kolossal da salotto. Fin dalla rivoluzione poligonale del 1998, la saga ha inseguito un'idea di grandeur hollywoodiana, spingendo costantemente l'hardware delle console fisse oltre i propri limiti pur di restituire un'esperienza cinematografica densa, continua e visivamente dirompente. Eppure, con la Master Collection Vol. 2, ci si imbatte in una convivenza tanto insolita quanto affascinante: sulla stessa piattaforma, a pochi input di distanza l'uno dall'altro, coesistono l'apice massimo di quella linearità cinematografica, Guns of the Patriots, e i due esperimenti che ne hanno frammentato, smontato e riscritto le regole per adattarle ai display tascabili: Metal Gear: Ghost Babel e Metal Gear Solid: Peace Walker.
Avere la possibilità di analizzare questa dicotomia senza i filtri del tempo e dell'hardware originale ci permette di osservare uno spaccato evolutivo straord