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L'AI non ti ruba il lavoro ma ti asciuga lo stipendio
Nelle occupazioni più esposte all'intelligenza artificiale la crescita dei salari reali, dopo il 2023, è rimasta indietro di 6,7 punti percentuali rispetto a mansioni comparabili ma poco esposte. Lo sostiene Torsten Slok, partner e chief economist di Apollo Global Management, che con la ricercatrice Sania Edlich ha messo a confronto 321 occupazioni appaiate lungo una serie dal 2015 al giugno 2026. La platea interessata è di 5,8 milioni di lavoratori statunitensi, il 3,7% della forza lavoro, e da quel divario i due autori ricavano circa 28 miliardi di dollari l'anno di redditi mancati.
Quella cifra nasce applicando il differenziale alla platea, quindi resta una derivazione contabile prima che una rilevazione. Sull'occupazione complessiva, dicono gli stessi autori, nessun effetto statisticamente rilevabile.
Se l'aggiustamento passa dalle retribuzioni invece che dai posti, il costo dell'automazione diventa invisibile agli indicatori che i governi guardano per decidere se preoccuparsi. Il tasso di disoccupazione resta basso, i titoli dei giornali restano tranquilli, e intanto una quota di reddito cambia di mano senza che nessuno debba annunciare un piano di esuberi.
Le mansioni classificate ad alta esposizione nello studio sono undici e comprendono programmatori, addetti al servizio clienti e analisti finanziari; il metodo è una difference-in-differences con effetti fissi per occupazione e per anno, i salari arrivano dal Bureau of Labor Statistics e la misura dell'esposizione viene assegnata con l'Anthropic Economic Index. Il risultato più duro riguarda la distribuzione: l'effetto è più marcato sui redditi bassi, cioè su chi ha meno margine per assorbire un anno di aumenti sotto l'inflazione. Gli autori definiscono prudente la propria stima e scrivono che, con l'approfondirsi dell'adozione nelle imprese americane, il numero di lavoratori che avverte questi effetti potrebbe crescere in misura sostanziale.
In busta paga la cosa si presenta in forma modesta e poco drammatica: la revisione annuale che arriva più bassa di quella dell'anno prima, il ruolo che al colloquio viene quotato meno di quanto valeva nel 2022, la fascia di ingresso che resta ferma mentre l'affitto sale. È il prezzo di una competenza che si sposta prima ancora che si sposti il posto di lavoro, il fenomeno che emerge quando si osserva come l'AI cambia prezzo alle mansioni che tocca. Nessuna comunicazione aziendale accompagna il passaggio, e questo è precisamente il motivo per cui è difficile accorgersene dall'interno.
L'occupazione dei ventidue-venticinquenni nelle mansioni esposte si colloca il 19% sotto il livello dei coetanei in mansioni meno esposte. A misurare il divario è il Digital Economy Lab di Stanford, con Erik Brynjolfsson e Bharat Chandar, sui dati di buste paga ADP fino a giugno 2026; per i lavoratori esperti la stessa flessione non compare. Il divario si allarga da agosto 2025 e si forma attraverso le assunzioni che nessuno fa, più che attraverso i licenziamenti.
Il sesto dei fatti elencati nel documento lo dice per esteso: l'aggiustamento sta avvenendo attraverso l'occupazione più che attraverso la retribuzione di base, cioè l'esatto contrario della lettura di Apollo. Stabilire chi ha ragione sarebbe però l'esercizio sbagliato. I due lavori usano fonti diverse, finestre temporali diverse e ritagli di popolazione diversi: uno guarda l'intera forza lavoro attraverso le rilevazioni salariali federali, l'altro una coorte anagrafica stretta attraverso i cedolini di un elaboratore paghe privato.
Entrambi i gruppi di autori si autolimitano allo stesso modo, dichiarando di produrre indicatori descrittivi e nessuna stima causale. Altri lavori recenti si muovono nella stessa direzione: chi ha misurato l'occupazione aggregata non trova alcuna apocalisse, e chi analizza il raffreddamento del mercato del lavoro americano lo attribuisce per ora ad altre cause. In tutti resta il punto più fragile il gradino di ingresso alla professione, come già segnalava c