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Il ROI dell'AI aziendale arriva o no? C'è chi dice di sì ma i numeri non convincono?
Solo il 6% delle aziende che investono in intelligenza artificiale raggiunge oggi la soglia che si può chiamare alto rendimento, e il dato è fermo da un anno. La soglia richiede almeno il 5% dell'EBIT attribuito alla tecnologia, più un impatto giudicato significativo dai dirigenti stessi. Lo dicono i dati raccolti su 1.719 manager e professionisti in tutto il mondo, che confrontano le rilevazioni del 2026 con quelle dell'anno precedente.
Il 37% dei dirigenti riconosce comunque un qualche beneficio economico dall'uso dell'AI, percentuale anch'essa identica a quella del 2025. La distanza fra chi vede un effetto qualsiasi e chi lo vede abbastanza ampio da cambiare i risultati di bilancio resta enorme, sei aziende su cento contro trentasette, come certifica la rilevazione originale. È il primo dato da tenere a mente per chi dovrà difendere i budget del 2027 davanti a un consiglio d'amministrazione sempre più impaziente.
La storia della tecnologia enterprise offre un precedente utile: anche il cloud e i grandi progetti ERP hanno impiegato anni prima di mostrare un ritorno leggibile nei bilanci trimestrali. Chi difende l'attuale fase di investimento nell'AI si appoggia proprio a questo precedente, sostenendo che un anno di stallo nella quota di alto rendimento non basta a dichiarare fallito un ciclo tecnologico che altrove ha richiesto un decennio. È un argomento legittimo, ma regge solo se nel frattempo la curva dei costi non supera quella dei benefici.
Il doppio criterio scelto per etichettare le aziende ad alto rendimento è severo apposta: pretende un impatto visibile nei conti, dichiarato significativo dal management davanti agli azionisti.
Chi scrive report di settore ha tutto l'interesse a raccontare una curva che sale. I numeri di quest'anno raccontano invece una piattaforma, e le piattaforme, in finanza, si chiamano stagnazione.
Chi usa l'AI nel proprio lavoro percepisce un beneficio reale: l'80% degli utilizzatori segnala un miglioramento della produttività percepita. Quella sensazione individuale non si traduce in una crescita proporzionale dei risultati aziendali: la quota di chi vede un impatto sull'EBIT resta al 37%, quella degli alto rendimento al 6%.
Il freno più citato ha la forma di una fattura: un quinto delle aziende dichiara che i costi operativi legati all'AI hanno limitato l'utilizzo della tecnologia. Il problema è diffuso: diverse aziende hanno già raccontato come i costi nascosti del TCO emergano solo a consuntivo, quando il budget è già stato speso.
Nello stesso periodo la spesa globale in AI continua a correre: nel 2026 supererà i 2.590 miliardi di dollari, il 47% in più rispetto all'anno precedente. Mettere questo numero accanto al 6% di aziende che ottengono un ritorno significativo racconta meglio di qualunque slide la disciplina dei risultati che manca ancora al settore, come conferma chi segue la crescita della spesa da vicino. Chi siede in un comitato investimenti dovrebbe leggere questi due numeri in coppia, perché è dal loro rapporto che si misura quanto tempo il mercato è disposto a concedere prima di chiedere il conto.
Una parte crescente di quella spesa finisce nei progetti agentici, dove il controllo dei costi è spesso più debole. Diverse organizzazioni hanno già visto gli agenti AI bucare i budget aziendali senza che nessuno ne avesse la piena responsabilità, un problema di governance del costo che si aggiunge a quello dei costi nascosti visto sopra.
Fra le organizzazioni con oltre un miliardo di dollari di ricavi, la quota che scala agenti AI oltre la fase pilota è salita al 40%, contro il 27% di un anno fa. È il segmento dove la tecnologia ha superato la soglia della sperimentazione, ma non sempre di pari passo con i controlli: le stesse aziende che accelerano sugli agenti faticano spesso a tenere il passo sulla governance degli accessi.