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La grande guerra tra accelerazionisti e contenimentisti dell’Intelligenza Artificiale
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Forse non ce ne rendiamo veramente conto, ancora, ma sulla pelle dell’intelligenza artificiale e motivata dal guadagno economico e di potere totalmente fuori scala rispetto al passato, si sta combattendo una battaglia travestita con categorie sociali e filosofiche fuorvianti. Anche se, alla fine, l’effetto sarà proprio quello: cambiare le regole del mondo nel quale viviamo, attenuando certi diritti, aumentando certe disparità e diseguaglianze, portando all’estremo i rischi esistenziali per le nostre società.
Ecco, adesso sembra che facciamo un discorso filosofico e molto teorico, quasi una critica culturale fuori scala, ma diciamo il vero: ci forza la mano la realtà di quel che sta succedendo sotto gli occhi di tutti nel dibattito contemporaneo.
Mentre da noi in Occidente si spinge sugli opposti fronti degli accelerazionisti dell’intelligenza artificiale, che vorrebbero togliere tutti i freni per recuperare il terreno perduto (si veda più sotto la posizione di Mark Zuckerberg), e dei contenimentisti, che invece vorrebbero congelare lo status quo per non farsi raggiungere e amministrare il proprio vantaggio tecnologico ed economico (OpenAI, Anthropic, ma anche le recentissime dichiarazioni di Bill Gates vanno in quella direzione), la Cina ha deciso di intervenire e tutelare l’equilibrio della sua società. Che certamente democratica non è, ma altrettanto certamente mira all’auto-sostentamento in condizioni di ragionevole salute.
Cosa sta succedendo? Seguiteci in questo viaggio che passa attraverso l’estate per capire alcuni passaggi che potrebbero essere sfuggiti e vedere dove sta andando il nostro transatlantico, sul quale l’orchestra suona, i passeggeri di prima classe danzano e sulle scialuppe di salvataggio non c’è posto a sufficienza per tutti i passeggeri delle classi inferiori. E lassù, sul ponte di comando, solitario, il capitano guarda il riflesso dell’Iceberg che si scioglie nei cubetti di ghiaccio del suo spritz rosso-sangue.
Il 10 agosto 2026, mentre in Italia si staccava per la settimana centrale delle ferie, Mark Zuckerberg ha pubblicato sul newsroom aziendale di Meta un testo di seimila e cinquecento parole intitolato “The Future is for Everyone: The Path to a Positive AI Future”, un documento la cui densità argomentativa lo avvicina più a un trattato filosofico che a un comunicato stampa. Chi l’abbia realmente scritto non ci interessa (lui, un ghost writer, l’AI), non è quello il punto.
Ci interessa quel che dice. E non dice poco. Il ragionamento di fondo è semplice: la superintelligenza arriverà comunque, la competizione globale è spietata, e chi rallenta unilateralmente cede il campo a concorrenti meno scrupolosi o, soprattutto, alla Cina. Persino un vantaggio di due soli mesi sui rivali costituisce, secondo Zuckerberg, un margine strategico sufficiente per giustificare la massima velocità nell’innovazione, senza indugi né freni imposti dall’esterno.
La novità del documento non sta nell’accelerazionismo in sé, già ampiamente praticato nel settore, bensì nella teoria politica che lo accompagna: più intelligenza artificiale nelle mani di più persone riduce il rischio che il potere si concentri in poche mani, siano esse aziende o governi. Meta intende costruire agenti personali on-device capaci di conoscere obiettivi, salute, relazioni e finanze di ciascun utente, distribuendoli a miliardi di persone con un costo prossimo allo zero.
L’accusa neanche tanto implicita ai rivali è di voler tenere per sé i frutti di una tecnologia finanziata in parte da capitali pubblici e istituzionali, concentrando così un potere che dichiarano invece di voler ridurre.
I data center colossali che Meta sta costruendo parlano però da soli: il progetto Prometheus, previsto in Ohio per la fine del 2026, offrirà da solo un gigawatt di potenza di calcolo, una misura infrastrutturale senza precedenti nello spazio civile. Quello che Zuckerberg vende come liberaz