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Se i dipendenti usano AI non autorizzate, le PMI italiane devono monitorarle per l’AI Act
Per le imprese italiane, l’uso di servizi di intelligenza artificiale scelti autonomamente dai dipendenti non è più soltanto un problema di sicurezza informatica. Con la piena applicazione di gran parte dell’AI Act, una richiesta inserita in un chatbot può coinvolgere obblighi di governance, trasparenza e controllo. In Italia la vigilanza passa soprattutto da ACN, mentre AgID presidia innovazione, notifiche e organismi di valutazione della conformità.
Il fenomeno emerge nell’analisi sui rischi della shadow AI: quasi la metà dei dipendenti delle grandi aziende inserirebbe regolarmente dati aziendali in strumenti non approvati dall’IT e l’85% continuerebbe a farlo anche in presenza di soluzioni autorizzate. Dal 2 agosto 2026, inoltre, il quadro europeo ha reso applicabile la maggior parte delle disposizioni del regolamento.
Per shadow AI si intende l’impiego professionale di modelli, chatbot o funzioni intelligenti al di fuori dei processi di autorizzazione e supervisione aziendali. Può bastare che un lavoratore incolli un contratto, una previsione finanziaria o dati del personale in un servizio accessibile dal browser. L’operazione è spesso motivata dalla produttività, ma trasferisce informazioni verso una piattaforma di cui l’impresa potrebbe non conoscere conservazione, riutilizzo e condizioni contrattuali.
La ricerca riportata dalla fonte indica che gli strumenti non autorizzati avrebbero contribuito al 43% delle violazioni osservate nell’ultimo anno, dato attribuito al Cost of a Data Breach Report 2026. La documentazione pubblica disponibile nel rapporto IBM sulle violazioni descrive più in generale l’AI come vettore di attacco e strumento difensivo; la percentuale specifica sulla shadow AI resta quindi riferita all’estratto di TechRadar.
Il rischio non riguarda soltanto una fuga deliberata. Un prompt può contenere dati personali, segreti commerciali, codice sorgente o informazioni coperte da accordi di riservatezza. Una volta inviati, l’azienda deve poter ricostruire quale servizio sia stato usato, per quale finalità e con quali dati: senza visibilità, diventa più difficile gestire incidenti, richieste degli interessati e contestazioni sulla proprietà intellettuale.
Le difese tradizionali presentano limiti specifici. Secondo la fonte, CASB e secure web gateway non distinguono facilmente un prompt contenente un database clienti da una normale sessione HTTPS; le estensioni del browser coprono soprattutto dispositivi gestiti, mentre gli API gateway osservano le integrazioni già autorizzate. Anche la presenza simultanea di CASB, gateway ed estensioni può lasciare zone prive di log.
TechRadar sostiene che un’organizzazione possa assumere obblighi come deployer anche quando il sistema non è stato formalmente approvato. Il testo europeo definisce deployer la persona giuridica o l’organismo che utilizza un sistema di AI sotto la propria autorità, escluso l’uso personale non professionale. L’inquadramento di una condotta totalmente estranea alle procedure aziendali dipende quindi dalle circostanze, ma l’assenza di autorizzazione interna non costituisce da sola una strategia di conformità.
Un obbligo è già operativo: l’articolo 4 richiede a fornitori e deployer di adottare misure per assicurare un livello sufficiente di alfabetizzazione del personale. Come specifica il testo europeo sull’alfabetizzazione AI, formazione e competenze devono tenere conto delle conoscenze tecniche, dell’esperienza delle persone e del contesto d’uso. La disposizione si applica dal 2 febbraio 2025.
La fonte sintetizza per i deployer esigenze di inventario, governo dei dati, registrazione delle attività e trasparenza. Non tutte assumono la stessa forma per ogni strumento: l’AI Act segue una logica basata sul rischio, sul ruolo dell’impresa e sulla finalità d’uso. Per una PMI, tuttavia, censire modelli, account e funzioni AI incorporate nei software acquistati è il passaggio necessario per stabilire quali norme siano applicabili.
Il confine diventa