// TOM'S HARDWARE ITALIA — INTELLIGENZA ARTIFICIALE
L'uso dei token per valutare gli ingegneri non serve a niente, lo capisce anche Meta
Meta ha eliminato il consumo di token AI dai criteri con cui giudica le performance dei suoi ingegneri software. Lo ha comunicato con un memo interno firmato da Maher Saba e Santosh Janardhan, riportato l'8 settembre 2026: da ora contano solo qualità, velocità e complessità del lavoro consegnato, non più quanta intelligenza artificiale un dipendente dichiara di aver usato per produrlo.
La correzione arriva dopo che la metrica precedente aveva prodotto l'effetto opposto a quello voluto. Gli ingegneri avevano iniziato a consumare token in blocco solo per apparire bene nelle classifiche interne di produttività, un comportamento diventato noto in azienda come "tokenmaxxing". La corsa ai contatori ha contribuito a far lievitare la spesa Meta in intelligenza artificiale di miliardi di dollari nel corso del 2026, senza che il lavoro effettivamente consegnato migliorasse in proporzione.
Il meccanismo che ha reso possibile la corsa aveva un nome interno, "Claudeonomics": una dashboard che tracciava il consumo di token di oltre 85.000 dipendenti e stilava una classifica dei primi 250 "power user", con titoli-gioco come "Token Legend" e "Cache Wizard". Né Mark Zuckerberg né il CTO Andrew Bosworth comparivano in classifica: i vertici non giocavano al proprio gioco.
In pratica, fare "tokenmaxxing" voleva dire far girare agenti su compiti ripetitivi o inutili solo per far salire il contatore. Secondo alcuni ingegneri Meta, il codice generato senza controllo aveva già causato piccoli disservizi interni, e il lavoro usa-e-getta dominava la classifica a scapito di quello che contava davvero. Lo stesso Bosworth lo ha ammesso apertamente: non tutto il movimento è progresso, e l'uso dei token da solo non è una misura di impatto.
Amazon aveva attraversato una deriva simile, descritta internamente come "fuori controllo", e anche Microsoft aveva costruito una classifica interna dello stesso tipo. Salesforce invece ha cambiato indicatore per tempo, passando a una misura di output chiamata "agentic work units": i clienti ne hanno accumulate 2,4 miliardi entro fine 2025, senza dover contare i token. Google, nel frattempo, sta formalizzando aspettative di uso AI vicine a quelle che Meta ha appena abbandonato.
Gli analisti che seguono il fenomeno concordano sul difetto di fondo. Jim Rowan, di Deloitte, descrive il conteggio dei token come una "vanity metric" che non distingue uso e valore. Kelly Jones, Chief People Officer di Cisco, aggiunge che i tassi di adozione raccontano solo una fetta della storia: non dicono se l'uso è genuino o solo "compliance theater", teatro di facciata per accontentare l'azienda. È lo stesso avvertimento che vale per chi tratta l'adozione dell'AI come un fine invece che come un mezzo: usarla bene conta, usarla tanto no.
Da qui al 2027 Meta punta a un sistema centralizzato, "AI Gateway", con budget assegnati a ogni team e allarmi automatici sui picchi di spesa anomali: la stessa logica di chi ha già messo un tetto alla spesa AI aziendale, solo arrivata con qualche mese di ritardo. Il problema di fondo resta lo stesso di quando gli agenti bucano i budget senza un responsabile: qualunque numero diventi un obiettivo smette di essere una misura affidabile, che si tratti di token consumati o di ordini processati. Meta lo ha appena scoperto sulla propria pelle, e per arrivarci ci sono voluti 73.700 miliardi di token bruciati in poco più di un mese.
Aggiungi Tom's Hardware alle tue fonti preferite su Google
Cinque laboratori hanno rilasciato sei modelli in quattro giorni: i team enterprise, con budget di valutazione fissi, ne testano ormai la metà.