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Insetti tropicali, un nuovo piano per salvarli usa anche i social
Un gruppo internazionale guidato dalla Monash University ha proposto su BioScience una strategia per proteggere gli insetti tropicali, integrando ricerca scientifica, collezioni museali, conoscenze locali e osservazioni condivise sui social. Il lavoro, coordinato da Shawan Chowdhury, responsabile del Global Change Ecology Lab dell’ateneo, affronta uno squilibrio geografico: i tropici ospitano oltre l’80% delle specie di insetti, mentre gran parte delle conoscenze utilizzate per conservarli proviene dalle regioni temperate.
Gli insetti impollinano oltre l’80% delle specie di piante selvatiche e costituiscono una fonte di cibo per il 60% delle specie di uccelli. Sostengono inoltre il riciclo dei nutrienti, le reti alimentari e la produzione agricola. Eppure, secondo i ricercatori, restano scarsamente rappresentati nei programmi di monitoraggio della biodiversità, nella gestione delle aree protette e nelle politiche di conservazione.
La distribuzione dei dati disponibili mostra quanto sia profondo questo divario. Quasi il 26% dei dati sulla distribuzione degli insetti presenti nel Global Biodiversity Information Facility, una piattaforma internazionale dedicata alla biodiversità, proviene dal solo Regno Unito. Il gruppo individua quattro ostacoli principali alla tutela nelle regioni tropicali: la scarsa visibilità internazionale delle ricerche esistenti, le lacune nei dati, l’insufficienza delle infrastrutture scientifiche e la carenza di interventi concreti.
La proposta prevede di collegare fonti che spesso rimangono separate: pubblicazioni regionali e in lingue diverse dall’inglese, collezioni museali, conoscenze locali, attività di scienza partecipata e fotografie pubblicate online. L’obiettivo è recuperare informazioni già disponibili e affiancarle al monitoraggio scientifico. Perché queste conoscenze orientino le decisioni, gli autori chiedono anche di rafforzare le competenze sul territorio e i collegamenti tra ricercatori e responsabili delle politiche di conservazione.
Il Bangladesh offre un esempio concreto delle informazioni trascurate. Il gruppo ha individuato 111 studi sulle farfalle del Paese, ma soltanto 34 erano apparsi su riviste internazionali. Quasi due terzi dei lavori descrivevano dove fossero presenti le diverse specie; appena tre affrontavano specificamente la conservazione. Il caso mostra quindi due esigenze distinte: rendere accessibili le conoscenze esistenti e sviluppare ricerche che aiutino a stabilire dove intervenire.
Anche i social possono contribuire: una ricerca precedente aveva trovato su Facebook segnalazioni relative a 167 delle 169 specie di farfalle minacciate del Bangladesh. Gli autori richiamano questo risultato come esempio del potenziale delle fonti non convenzionali nei Paesi con banche dati formali ancora limitate. Sul fronte della tutela, un’altra valutazione citata nel lavoro aveva rilevato che, su 226 specie di farfalle esaminate, soltanto una risultava adeguatamente rappresentata nella rete nazionale di aree protette.
Il piano affronta infine la parachute science, il modello in cui ricercatori e comunità dei Paesi tropicali vengono coinvolti soprattutto come fornitori di dati, anziché come partner alla pari. La strategia propone ricerche guidate localmente, investimenti nelle collezioni regionali e nelle infrastrutture, formazione di specialisti capaci di identificare e classificare le specie e monitoraggi di lungo periodo. Alle collaborazioni internazionali viene chiesto di sostenere queste capacità e di collegare il lavoro scientifico a risultati di conservazione misurabili.
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