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PlayStation Blackout non è servito a niente, con sorpresa di nessuno
Il PlayStation Blackout, la settimana di astensione dall'uso della PS5 indetta per protestare contro lo stop alla produzione dei dischi, non ha lasciato alcuna traccia nei dati di mercato. Lo ha confermato il 14 settembre Mat Piscatella, analista di Circana, la società di ricerca che monitora il settore videoludico negli Stati Uniti: alla domanda se fosse stato rilevato qualche movimento attribuibile alla protesta, la risposta è stata negativa, senza variazioni significative né nel numero di giocatori né nel loro livello di attività.
La mobilitazione era partita da Does It Play, gruppo attivo sul fronte della preservazione videoludica, e chiedeva agli utenti di spegnere la console o disconnettersi dal PlayStation Network dalle 19:00 del 23 agosto alle 19:00 del 30 agosto 2026. L'obiettivo dichiarato era colpire Sony senza penalizzare troppo sviluppatori ed editori, con una finestra di sette giorni scelta apposta in un periodo povero di uscite importanti.
Il risultato, però, racconta un'altra storia: quella di una minoranza rumorosa sui social ma numericamente irrilevante rispetto alla base installata di PS5. Di seguito i dati disponibili, i limiti della rilevazione, la posizione ufficiale di Sony e cosa resta da fare a chi tiene ancora al supporto fisico.
Mat Piscatella ha analizzato l'impatto della protesta basandosi sui dati del Player Engagement Tracker relativi alla settimana conclusasi il 5 settembre, uno strumento che traccia gli utenti attivi unici nei videogiochi più popolari negli Stati Uniti.
Trattandosi di una metrica che conta quante singole persone hanno avviato un gioco nell'arco dei sette giorni, un'astensione di massa sarebbe dovuta emergere chiaramente. Pur confermando il fallimento della protesta, questa analisi presenta comunque delle limitazioni che circoscrivono il fenomeno: i dati si riferiscono esclusivamente al mercato americano, escludendo eventuali adesioni in Europa o Asia, prendono in considerazione solo i primi dieci o venti titoli in classifica e, soprattutto, non calcolano l'andamento degli acquisti sul PlayStation Store.
Tuttavia, considerando che gli Stati Uniti rappresentano il bacino di ricavi principale per Sony, l'assenza di un boicottaggio evidente in questo territorio rende altamente improbabile che l'iniziativa abbia avuto il peso globale necessario per influenzare decisioni aziendali già stabilite.
Il primo problema è aritmetico. Anche ipotizzando che ogni singolo utente che ha rilanciato l'iniziativa sui social abbia effettivamente spento la console, si tratterebbe di decine di migliaia di persone su una base di decine di milioni di PS5 attive: un rumore di fondo statistico.
Il secondo problema è di metodo. Una protesta con data di inizio e di fine annunciata non è un boicottaggio, ma una pausa: chi si è astenuto per sette giorni ha semplicemente rimandato le stesse ore di gioco e gli stessi acquisti alla settimana successiva. Non a caso, dopo le critiche, gli organizzatori hanno riformulato l'iniziativa come astensione a tempo indeterminato, ma ormai la finestra mediatica si era chiusa.
C'è poi il dato che pesa più di tutti: nel quarto trimestre dell'anno fiscale 2025 Sony ha dichiarato che l'85% dei giochi venduti era in formato digitale. In pratica, la stragrande maggioranza dei possessori di PS5 aveva già scelto da sola, e non ha alcun motivo di protestare contro una direzione che segue le proprie abitudini d'acquisto.
L'azienda ha rotto il silenzio sulle critiche a luglio, durante la sessione di domande e risposte legata ai risultati finanziari. La CFO Lin Tao ha riconosciuto per la prima volta le reazioni negative arrivate dai social, ammettendo che i giochi sono legati ai ricordi personali di molte persone e che quelle emozioni vanno considerate. Il messaggio di fondo, però, era che si procederà con cautela ma si procederà: la domanda su cui Sony lavora non è se fermare la transizione, bensì come mantenere coinvolti i giocatori in un ecosistema interamente digitale.