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Madre e figlia morte avvelenate, Locatelli: 'Le uniche certezze sono sulla ricina'
"Nelle mie ultime dichiarazioni non c'è nulla di diverso rispetto a quello che ho sempre detto nei mesi passati. Non capisco quindi questo accanimento. Io non ho mai dichiarato niente di diverso, non sono un investigatore". Carlo Locatelli, direttore del Centro Antiveleni di Pavia che ha individuato la ricina nel caso delle due donne, madre e figlia, morte a dicembre a Pietracatella, torna sulle sue parole parlando all'ANSA dopo il clamore suscitato dall'ipotesi che l'avvelenamento possa essere stato accidentale. Sulla vicenda la procura di Larino ha aperto mesi fa un fascicolo per duplice omicidio premeditato, al momento contro ignoti, mentre cinque medici che si occuparono di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita nelle ore precedenti al decesso sono indagati per omicidio colposo.
Negli ultimi giorni, secondo fonti vicine all'inchiesta, sarebbero inoltre emersi "elementi certi" a sostegno dell'ipotesi del delitto, mentre proseguono gli accertamenti del Robert Koch Institute di Berlino su alimenti e reperti e gli interrogatori della Squadra Mobile di Campobasso. Professore, quali sono le certezze del Centro Antiveleni? "Le uniche certezze che abbiamo riguardano la presenza della ricina. Sulla base di queste non sono in grado di dire se l'esposizione sia stata accidentale o volontaria. Se non si trova nessun'altra spiegazione, rimane anche la possibilità che sia stato un incidente". Sa come sono proseguite le indagini dopo la scoperta della ricina? "Noi non sappiamo cosa abbiano in mano gli investigatori e ci mancherebbe. Noi facciamo i medici, non i poliziotti o i magistrati". In questi mesi ha citato altri casi di intossicazione da ricina da voi trattati, tutti non letali ma i quantitativi erano diversi? "È evidente che i dosaggi erano diversi. Negli altri casi le persone si sono salvate, in questo no. Avevamo poi un elemento fondamentale, l'anamnesi: sapevamo che un adulto o un bambino aveva ingerito semi di ricino e potevamo intervenire, per esempio con la lavanda gastrica o inducendo il vomito, per evitare un'intossicazione grave. In questo caso non è stato possibile. Bisogna inoltre ricordare che quelli molisani sono casi unici al mondo".
È possibile stabilire come la ricina sia entrata nell'organismo? "Possiamo escludere che il veleno sia stato iniettato, perché non c'è alcun segno in questo senso. Non è stato nemmeno inalato, perché avrebbe provocato sintomi diversi, come l'irritazione delle vie respiratorie, e non la gastroenterite che hanno avuto. Per me quindi rimane solo l'ingestione". Che ruolo ha la collaborazione con gli esperti del Robert Koch Institute di Berlino? "Ci hanno chiesto di collaborare e siamo stati felici di poterci confrontare, visto che siamo tra i pochi a occuparci di casi così particolari. Loro hanno esperienza soprattutto nel rilevare la presenza di sostanze in contesti investigativi e ambientali. Noi abbiamo invece una maggiore esperienza sui casi di intossicazione nell'uomo. Sulle parti biologiche ci siamo confrontati e abbiamo messo a disposizione le nostre competenze, mentre noi non abbiamo voluto occuparci degli aspetti ambientali, perché non è il nostro mestiere. È una collaborazione importante, ma non penso che possa sconvolgere quello che abbiamo già accertato". .