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I gen Z arrivano in ufficio, e bisogna parlare di carriera, flessibilità e stipendio
Per convincere un giovane a dire sì a un posto di lavoro, in Italia contano più flessibilità, velocità di carriera e stipendio che la tecnologia in dotazione. Li indicano rispettivamente il 33%, il 33% e il 32% degli interpellati, contro il 22% che cita le tecnologie moderne e il 20% la stabilità del posto. A dirlo è un sondaggio condotto a giugno 2026, che ha coinvolto 400 manager di prima e seconda linea, tra i 35 e i 65 anni, in aziende private italiane di dimensioni e settori diversi, con interviste online CAWI.
Sui motivi concreti dell'attrito, la tecnologia compare raramente. Il 34% segnala un calo di motivazione sui compiti ripetitivi, il 33% fatica a reggere pressione e periodi di stress, il 30% si scontra su orari rigidi e presenza in ufficio, e tutte e tre le voci restano fuori dal perimetro di smartphone, software e intelligenza artificiale. Un manager su tre vede comunque nella Gen Z un motore di cambiamento della cultura aziendale, con una resistenza che cresce proprio dove ci si aspetterebbe il contrario: nelle grandi aziende il 29% ha registrato un impatto culturale minimo o nullo.
La ricerca si chiama "Generazione Z: Generazione AI" ed è firmata da Ipsos Doxa per ASUS Business, la divisione che vende PC e servizi alle aziend. Il campione è piuttosto ampio e include aziende piccole, medie e grandi, di settori diversi.
Chi sono, secondo gli stessi manager, i ragazzi che stanno entrando in azienda? Il 49% li descrive come nativi digitali che usano l'AI in modo naturale e intuitivo, il 33% li vede aperti e inclusivi, il 25% attenti all'ambiente e alla responsabilità sociale. Il 68% conferma che si aspettano sul PC dell'ufficio la stessa qualità che hanno sullo smartphone, e il 64% osserva che un dispositivo lento o datato azzera motivazione e produttività dei più giovani.
A proposito di competenze, vale la pena ricordare che essere nati nell'epoca del digitale non è automaticamente sinonimo di competenze specifiche. E infatti i selettori italiani hanno già iniziato a preferire le competenze verificabili al curriculum tradizionale, mentre sugli stipendi l'anzianità pesa ancora più delle competenze digitali. La Gen Z arriva quindi in un mercato che riconosce già una certa flessibilità in ingresso, molto meno flessibilità di crescita: è lì, secondo la ricerca, che si apre il divario più ampio tra domanda e offerta.
I nativi digitali hanno il tempo dalla loro parte, i manager hanno ancora in mano le leve di assunzione e promozione: la ricerca misura proprio il punto in cui questi due vantaggi si scontrano.
Il terreno che il titolo della ricerca mette al centro è, nei fatti, quello di maggiore accordo tra le due generazioni. Il 58% dei manager pensa che strumenti di intelligenza artificiale condivisi possano diventare un linguaggio comune: i più giovani insegnano ai colleghi senior l'uso dei nuovi software, i più esperti trasmettono esperienza e visione di business. Il risultato ribalta l'idea diffusa secondo cui sarebbe proprio la tecnologia a separare chi è entrato in azienda ieri da chi ci è entrato trent'anni fa.
Sul come tradurre l'intesa in pratica i manager hanno le idee abbastanza chiare. Per gestire il dialogo tra generazioni investirebbero soprattutto in strumenti digitali e AI per la collaborazione (33%), seguiti da politiche di flessibilità organizzativa (29%) e da programmi strutturati di mentoring bidirezionale (25%), quello in cui un junior e un senior si scambiano competenze invece di seguire il classico schema dall'alto verso il basso. Nella pratica quotidiana l'adozione resta però più cauta di quanto queste intenzioni lascino intendere: il 42% usa strumenti AI a pagamento acquistati o autorizzati dall'azienda, mentre solo il 26% dispone di funzionalità AI già integrate nei dispositivi di lavoro, quota che sale al 33% nelle grandi aziende.
Sulla produttività dei più giovani il giudizio dei manager converge su tre leve: formazione digitale (37%), strumenti AI integrati nel PC (31%) e software di