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Piccoli vulcani possono creare grandi tsunami: quali coste rischiano?
Un gruppo internazionale guidato da Marta Ribó dell'Auckland University of Technology ha ricostruito il collasso della caldera sottomarina del vulcano Hunga, a Tonga, durante l'eruzione del 2022. Lo studio, pubblicato su Nature Geoscience, suggerisce che la rapidità con cui il fondale è sprofondato abbia contribuito ad amplificare lo tsunami. Il risultato richiama l'attenzione sui vulcani sottomarini relativamente piccoli situati vicino a coste abitate.
Il gruppo ha confrontato le mappe del fondale realizzate nel 2015 e nel 2016 con cinque rilievi condotti nei mesi successivi all'eruzione. La batimetria, cioè la misura delle profondità marine, mostra che la conca è passata da circa 150 metri a 850 metri sotto il livello del mare. Sotto i sedimenti accumulati durante l'evento, il piano strutturale della caldera arriva a circa un chilometro di profondità.
La caldera di Hunga misura circa quattro chilometri di diametro, una dimensione modesta nel confronto con le 177 caldere raccolte in un database mondiale. Eppure il solo cedimento del suo pavimento corrisponde a circa 6,85 chilometri cubi di volume. Secondo i ricercatori, il fondale è sceso in gran parte come un blocco unico: un collasso a pistone che può trascinare rapidamente verso il basso l'acqua sovrastante.
Le prove arrivano anche dai sedimenti osservati sotto il fondale. I depositi lasciati dalle pareti franate compaiono alternati agli strati di materiale piroclastico prodotti dall'eruzione: una disposizione compatibile con un cedimento avvenuto mentre il vulcano era ancora attivo. Lungo il bordo orientale e meridionale, i rilievi mostrano inoltre terrazze concentriche separate da scarpate alte fino a 100-150 metri, interpretate come tracce delle fratture legate allo sprofondamento.
Il serbatoio di magma si trovava a circa due chilometri di profondità ed era largo quattro-cinque chilometri. Secondo il modello dello studio, il suo tetto ampio e sottile poteva cedere dopo una riduzione della pressione di circa 30 megapascal, raggiungibile con la perdita di meno del 30% del magma immagazzinato. Le fratture attorno alla caldera potrebbero inoltre aver favorito l'ingresso di acqua marina nel sistema magmatico e alimentato valanghe sottomarine di detriti vulcanici.
Lo tsunami di Hunga ha raggiunto altezze stimate di circa 40 metri fino a 100 chilometri dalla sorgente, investendo soprattutto l'area di Tonga. Il pericolo descritto dallo studio riguarda le coste prossime a vulcani sottomarini con caldere capaci di cedere rapidamente; nell'arco di Tonga-Kermadec, nel Pacifico sudoccidentale, si trovano numerosi sistemi vulcanici sottomarini. Lo studio non stabilisce una graduatoria delle coste esposte né attribuisce al solo collasso l'intera energia dello tsunami.
La ricostruzione indica una via concreta per migliorare la valutazione del rischio: ripetere le misure del fondale attorno alle caldere sommerse, molte delle quali sono ancora poco cartografate. Confrontare nel tempo forma, profondità e fratture del vulcano può aiutare a riconoscere i sistemi da sorvegliare con maggiore attenzione e a rafforzare gli allarmi per le comunità costiere vicine.
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