// TOM'S HARDWARE ITALIA — SPAZIO & SCIENZA
La fusione potrebbe spingere i razzi: quanto lontano arriveremo?
La società britannica Pulsar Fusion punta a lanciare nel 2027 una missione dimostrativa legata a Sunbird, il suo progetto di veicolo spaziale con propulsione a fusione. L’obiettivo è verificare una tecnologia che, se funzionasse nello spazio, potrebbe imprimere una spinta per periodi molto più lunghi rispetto ai motori chimici usati per le principali manovre dei veicoli spaziali.
La fusione nucleare unisce nuclei atomici leggeri in nuclei più pesanti e libera energia. Nel Sole, per esempio, l’idrogeno si fonde formando elio. Per un propulsore spaziale, l’idea è produrre queste reazioni in un plasma e utilizzare il materiale espulso per generare spinta. Il principio fisico è noto; trasformarlo in un apparato abbastanza piccolo da viaggiare su un razzo è la sfida ingegneristica.
Un motore a fusione non dovrebbe necessariamente produrre una spinta elevata in ogni istante. Secondo la stima riportata dai ricercatori coinvolti nel settore, circa un quintilione di reazioni al secondo fornirebbe 10 newton, una forza paragonabile al peso di un litro d’acqua sulla Terra. La differenza rispetto alla propulsione chimica sarebbe la durata: una spinta mantenuta per mesi consentirebbe al veicolo di accumulare velocità.
Pulsar Fusion non è l’unico gruppo impegnato su questa strada. Anche la Princeton University e la società statunitense Helicity Space sviluppano sistemi di propulsione a fusione. Stéphane Lintner, amministratore delegato e cofondatore di Helicity Space, prevede cambiamenti profondi nei viaggi spaziali entro un decennio se i progressi proseguiranno al ritmo attuale: è una previsione industriale, non il risultato di una missione già compiuta.
La scala delle macchine costruite sulla Terra mostra parte del problema. ITER, il grande esperimento internazionale in costruzione in Francia, occupa strutture di dimensioni incompatibili con un veicolo spaziale. Un propulsore dovrebbe racchiudere in uno spazio molto più ristretto i sistemi necessari ad avviare le reazioni, alimentarle e guidare il materiale caldo verso l’uscita del motore.
Il controllo del plasma richiede temperature estreme e campi magnetici capaci di tenerlo lontano dalle pareti. Negli esperimenti terrestri il confinamento è stato mantenuto fino a 22 minuti, ma un sistema destinato a spingere una sonda dovrebbe integrare anche combustibile, propellente e alimentazione. Nello spazio il plasma potrebbe essere espulso per produrre spinta, anziché essere trattenuto per generare elettricità.
Le velocità ipotizzate per questi sistemi arrivano, negli scenari più ottimistici, a centinaia o migliaia di miglia al secondo, con possibili applicazioni per missioni robotiche e, in prospettiva, umane nel Sistema Solare. Nessuno dei gruppi citati ha però dimostrato in volo un propulsore a fusione operativo. La missione prevista da Pulsar Fusion rappresenterebbe un primo banco di prova nello spazio, non un viaggio verso altre stelle.
Aggiungi Tom's Hardware alle tue fonti preferite su Google