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Il silenzio del Cairo, per l'Egitto il caso Regeni era già chiuso
E' rimasta sostanzialmente immutata da 10 anni a questa parte la posizione dell'Egitto rispetto alla vicenda Regeni: "nessun coinvolgimento dei servizi segreti o degli apparati statali o di sicurezza", "un processo immotivato", "nessuna giurisdizione italiana su cittadini egiziani operanti nell'ambito delle istituzioni statali egiziane". Per il Cairo il caso si era chiuso nel 2021, mentre in Italia cominciava un processo considerato dall'Egitto illegittimo. Gli anni successivi sono stati di sostanziale silenzio, a parte qualche vaga promessa di "chiarezza e verità" a margine di visite ufficiali.
Il giorno del ritrovamento del corpo dello studente friulano in un fosso alla periferia del Cairo, le autorità esclusero un crimine parlando di un probabile incidente. Quando poi emersero i segni di tortura e di percosse, fu aperta un'inchiesta, ci furono colloqui tra ambasciatori e dal Cairo la disponibilità a collaborare. Pochi giorni dopo furono arrestati due sospetti, rilasciati poco dopo. Vennero passati al setaccio amici e conoscenti, ong, università in cerca di una sua qualche imprudenza, mai provata. Smentito anche un suo arresto mentre le autorità insistevano sull'ipotesi di un incidente o un atto criminale. "La ricerca dei criminali e dei responsabili dell'uccisione di Giulio Regeni - disse l'allora ministro dell'Interno Magdy Abdel Ghaffar - è in cima alle nostre priorità, ai nostri sforzi e trattiamo questo argomento con estrema importanza, considerati anche i nostri rapporti con l'Italia ed il governo italiano". Questi i risultati: dall'incidente stradale si passò ad ipotesi di vendette personali, perfino di terrorismo islamico, mentre in Italia qualcuno cominciava a parlare di "scarsa collaborazione da parte del governo egiziano". Un esecutivo, quello del Cairo, eletto due anni prima dopo una controversa rivoluzione, e con a capo l'attuale presidente, Abdel Fattah Al Sisi, protetto da un imponente apparato di sicurezza di fronte a dichiarate perduranti minacce interne ed esterne.
Qualche voce anonima cominciò a far trapelare che Regeni era stato 'attenzionato' dall'intelligence fin dal suo arrivo al Cairo, mentre gli inquirenti preparavano un rapporto di 2000 pagine chiamando in causa 200 persone da presentare agli investigatori italiani, senza tuttavia indicare alcun colpevole. Tra crisi diplomatiche e riavvicinamenti, il governo egiziano non ha mai cambiato versione dei fatti, escludendo il coinvolgimento di servizi segreti e di apparati di sicurezza egiziani, mentre Sisi ribadiva il "pieno impegno" nella ricerca dei responsabili. E mentre ambasciatori e governi si succedevano in Italia, con rapporti con il Cairo a singhiozzo ma sostanzialmente riaperti a scambi economici e commerciali, in Egitto si registrava una lunga fase di stallo, almeno fino a che in Italia non si è fatta strada la pista che ha condotto agli agenti dei servizi segreti egiziani. "Un processo immotivato", dissero al Cairo del rinvio a giudizio, al quale ha fatto seguito un lunghissimo no comment, fatta eccezione per generiche promesse di 'verità' e collaborazione fatte da Sisi ad ogni visita ufficiale italiana al Cairo. L'Egitto, di fronte alle richieste della Procura italiana, ha invocato "l'insussistenza della giurisdizione italiana su cittadini egiziani operanti nell'ambito delle istituzioni statali egiziane". E da allora al Cairo sul caso è calato il sipario.