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Licenzierò chiunque mi mandi altra robaccia fatta con l'AI
Negli ultimi due anni abbiamo raccontato soprattutto aziende che correvano ad adottare l'AI in ogni processo, dai report finanziari alle risposte ai clienti. Ora qualcosa potrebbe stare cambiando. Secondo quanto riferito dal consulente tech Joe Procopio, che scrive sul magazine Inc., un amministratore delegato, di cui non viene fatto il nome, avrebbe minacciato di «licenziare la prossima persona» che gli manda un'email generata con ChatGPT e lasciata lì com'era, senza rielaborazione. Sarebbe un ultimatum, più che una policy aziendale. E non sarebbe il solo.
Sempre secondo Procopio, un secondo CEO, anche in questo caso anonimo ma di un'azienda tech, avrebbe imposto un divieto totale di usare l'AI in tutta l'organizzazione, il primo caso di ban completo di cui si abbia notizia. Due casi, per quanto suggestivi, non fanno un trend. Ma il consulente americano riferisce di un «numero crescente di aziende» che starebbero limitando o bloccando l'uso dell'intelligenza artificiale generativa. Le ragioni ufficiali andrebbero dalla sicurezza informatica ai costi. Quelle reali potrebbero essere più terra-terra: chi riceve certi testi si è stancato di leggere messaggi che sembrano scritti da un robot e non dicono niente. Se le cose stanno così, il paradosso sarebbe che molte di queste aziende sono le stesse che fino a sei mesi fa spingevano per l'adozione più rapida possibile, distribuendo licenze a tappeto senza accompagnarle con un'idea chiara di cosa volessero ottenere.
Che i racconti di Procopio siano verificati o meno, il fenomeno che descrivono ha già numeri solidi alle spalle. Il ban sarebbe solo la punta dell'iceberg: sotto c'è un problema economico che molte aziende stanno scoprendo in diretta, ovvero che mettere l'AI in mano a tutti costa molto più di quanto faccia risparmiare. Secondo un report del MIT, il 95% delle aziende non ha visto alcun ritorno misurabile sugli investimenti in intelligenza artificiale. E i costi continuano a salire: le aziende pagano licenze e token a provider che a loro volta affrontano colli di bottiglia su data center, energia e personale specializzato. Microsoft ha dato accesso a Claude Code a 5.000 ingegneri: il 70% del codice è diventato generato dall'AI, ma il budget 2026 è finito ad aprile. Uber ha comunicato pubblicamente che i costi dell'AI sono «sempre più difficili da giustificare». Walmart ha imposto un tetto mensile per dipendente dopo che un singolo utente aveva consumato 281 miliardi di token, l'equivalente di 1,4 milioni di dollari. La bolletta sta esplodendo, e i conti non tornano.
Il fenomeno ha già un nome accademico: workslop, robaccia da ufficio. Secondo una ricerca congiunta di Stanford e BetterUp, il 40% dei lavoratori da scrivania riceve workslop ogni mese e il 15% dei contenuti che circolano in azienda sarebbe robaccia generata dall'AI. Ogni episodio costa in media quasi due ore per essere risolto, e il conto stimato è di 186 dollari al mese per dipendente. Per un'azienda di 10.000 persone, parliamo di 9 milioni di dollari l'anno di produttività persa. E il danno non è solo economico: il 53% dei destinatari si sente irritato, il 38% confuso, e circa la metà giudica i colleghi che mandano workslop come meno creativi, meno capaci e meno affidabili. Un fenomeno che, se i numeri sono corretti, starebbe erodendo la fiducia nei team su scala significativa.
I dati sull'efficienza sono ancora più rivelatori. Secondo un report di ActivTrak, da quando i dipendenti usano l'AI il tempo passato a scrivere email è raddoppiato (+104%), le chat e i messaggi sono aumentati del 145% e le sessioni di lavoro concentrato sono calate del 9%. Il report è netto: «I dati sono inequivocabili: l'AI non riduce i carichi di lavoro». Dietro questi numeri c'è un meccanismo che chiunque abbia un collega può riconoscere: il dipendente ha una scadenza, apre ChatGPT, incolla la richiesta, copia la risposta e la spedisce. Il destinatario riceve un testo che sembra professionale ma non aggiunge niente, perde tempo