// PUNTO INFORMATICO — INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Usare ChatGPT durante un litigio: il prompt per mantenere la calma
Durante un litigio, la cosa più facile è reagire d’impulso. La più difficile è fermarsi. Tra l’emozione che travolge e le parole che stanno per uscire, o il messaggio che si sta per inviare, c’è una pausa brevissima, spesso impercettibile, ma è lì che si gioca il destino di una discussione. Ma quando rabbia, delusione o frustrazione prendono il sopravvento, quella pausa sembra non esistere. La prima risposta appare inevitabile, persino giusta. Eppure è spesso quella di cui ci si pente qualche ora dopo.
L’intelligenza artificiale non risolve i conflitti. Non è un terapista di coppia, non è un arbitro, non è un giudice che stabilisce chi ha torto e chi ha ragione. Ma può fare qualcosa che in certi momenti ha un valore enorme: creare artificialmente quella pausa che le emozioni vorrebbero cancellare. Non per vincere la discussione, ma per evitare di peggiorare la situazione e dire la cosa sbagliata.
Il prompt non richiede che il chatbot conosca per forza l’utente, che abbia la memoria attivata o che sappia come si gestisce normalmente la pressione. Funziona con qualsiasi conversazione nuova, in qualsiasi moment, perciò è particolarmente utile proprio nelle situazioni in cui non c’è tempo per preparare nulla.
Prompt da utilizzare: Sono agitato e vorrei rispondere, ma non voglio peggiorare le cose. Ecco cosa è successo: [descrivere la situazione]. Prima di darmi consigli: dimmi quali emozioni pensi che stia provando. Spiega cosa potrebbe provare l’altra persona, anche se l’ha espresso male. Segnala le supposizioni che sto facendo o le informazioni che potrebbero mancarmi. Aiutami a scrivere una risposta che sia onesta, rispettosa e che faccia avanzare la conversazione invece di farla degenerare. Non darmi automaticamente ragione. Se sto esagerando o reagendo in modo emotivo, dimmelo con gentilezza ma senza giri di parole.
L’ultima istruzione è la più importante di tutte. Ed è lì per una ragione precisa. ChatGPT, così come tutti i chatbot AI, ha un difetto strutturale quando si tratta di conflitti interpersonali, tende a validare la persona che sta parlando. È progettata per essere utile e accondiscendente, e il più delle volte va bene così. Ma quando si è nel bel mezzo di un litigio e si cerca un punto di vista equilibrato, l’ultima cosa che serve è un interlocutore che dia ragione su tutto.
L’istruzione di non dare automaticamente ragione ribalta quella dinamica. Dà al chatbot il permesso esplicito di dire che forse si sta esagerando, che la propria interpretazione potrebbe essere parziale, che l’altra persona ha probabilmente ragioni che non si è considerato. Non è sempre piacevole aprire gli occhi, ma è sicuramente utile.
Il risultato è una risposta che non parte dalla propri posizione e la conferma, ma che analizza la situazione da più angolazioni prima di suggerire come procedere.
Quando si descrive la situazione al chatbot, un disaccordo con il partner, una conversazione tesa con un collega, un messaggio frustrante ricevuto da un amico, il prompt lo costringe a procedere per fasi anziché saltare direttamente al consiglio.
Prima riflette sulle emozioni che probabilmente si sta provando. A volte le identifica con una precisione sorprendente. Dare un nome a ciò che si prova è già di per sé un atto che riduce la carica emotiva, il sentimento smette di essere un blocco indistinto e diventa qualcosa di specifico e più facile da gestire.
Poi considera cosa potrebbe provare l’altra persona. Questa è la fase che costa di più, perché quando si è arrabbiati l’ultima cosa che si vuole fare è mettersi nei panni dell’altro. Ma il chatbot lo fa con un distacco che un amico non potrebbe avere. Non parteggia per nessuno, analizza la situazione con la freddezza di chi non ha nulla da perdere. Molte volte ci si accorge che l’altra persona non è mossa dalla malafede, ma da un punto di vista diverso, da informazioni incomplete o da un livello di stress che condiziona il suo modo di interpretare gli eventi.